Galleries

Ternitti

TernittiSi trova a Niederurnen, 60 Km a sud di Zurigo, la prima fabbrica di eternit dell’impero industriale degli Schmidheiny.  E’ lì che a partire dagli anni ’60 è approdata l’emigrazione di circa un migliaio di leccesi del Capo di Leuca, insieme a tanti altri dal resto del sud. E’ da lì che molti son tornati con un mostro nei polmoni, che ha accorciato le loro vite e avvelenato gli ultimi anni di sopravvivenza. (1)

Delle loro condizioni di lavoro e di vita scrive Mario Desiati inTernitti (Eternit, nel dialetto del Capo): “C’era un uomo solo sulla passerella. Sotto fermentava il cemento e produceva nuvole grigie. Dal sipario di condensa e amianto avanzava a lunghi passi contro le colate. Una volta l’anno dalla passerella volava qualcuno e finiva nell’amianto bleu. Era una corsa rapida, ma pericolosa come solo poche cose. ……  Nel reparto producevano  tubi e lastre ondulate di cemento amianto. Il soffitto del capannone era alto affinché il fumo potesse disperdersi o almeno desse l’illusione di farlo . Decine di vasche accerchiavano il transetto su cui  lavoravano uno dietro l’altro gli operai formando un carosello di gesti identici. Rastrellare, bagnare, setacciare, spartire e creare cumuli di materiale da plasmare. In ogni reparto c’era un tipo diverso di amianto … crisotilo, amosite, crocidolite.. Quest’ultimo conosciuto anche come amianto bleu, era il più pericoloso. Era usato per le mescole. Era quello che tutti là dentro, almeno per un attimo, avevano respirato e si erano scrollati dalle tute…… l’odore dell’impasto era insopportabile, pungente, gonfiava le narici ed entrava come aghi invisibili sotto il derma … Il naso alla fine della giornata sembrava una bietola, i capillari ribollivano … Ippazio ogni giorno lassù portava l’impasto della densità di una crema su dei teli di lino per filtrare l’acqua, il composto poi veniva versato nelle formelle per modellare i tubi e le lastre. Dopo aver  deposto il cemento nelle forme, di solito Ippazio iniziava a tossire, una tosse che i primi mesi era solo una tosse da gola secca, ma col tempo diventò roca, con i bronchi sempre pieni di catarro. “Lat-te, lat-te, trinken latte” gridava una voce dall’intonazione teutonica … Dopo un anno di lavoro il fisico di Ippazio era cambiato e lo sviluppo del corpo si era fermato, i muscoli si erano induriti, la resistenza fisica era diminuita. I primi mesi riusciva a setacciare anche trenta, quaranta volte al giorno, col tempo a malapena una decina di volte. Il petto gli si indolenziva e la sera non riusciva a parlare. Antonio Orlando era stato ai sacchi, per alcuni mesi aveva lavorato coi contenitori di juta riempendoli di crocidolite, poi era passato ai taglieri ad acqua: lì fendeva con precisione i blocchi di cemento amianto. Operazione che faceva disperdere tantissima polvere, nonostante gli impianti di aspirazione tutte le oltre cento persone addette al reparto, al termine del lavoro tossivano come flagellate dalla bronchite, con la gola rauca”.

Come in Puglia, anche in Svizzera non mancavano i caporali, quelli che mantenevano l’ordine fra le varie comunità di emigrati (rigidamente divise per provenienza geografica), quelli che potevano escluderti dal lavoro o dal dormitorio, quelli che avevano il compito di starti addosso quando la malattia non ti permetteva più di mantenere i ritmi produttivi. Fuori dalla fabbrica e dalla sua fatica malsana prevaleva il freddo della “casa di vetro”, la vetreria abbandonata trasformata in accampamento. Un gelo che veniva dall’interno delle cose, entrava nelle ossa, spaccava le dita. Il resto era una quotidianità piena di squallore. Questo fino al ritorno a casa,  al profumo del pomodoro fresco, alla partita a carte intorno a un tavolo, al lavoro nei campi, almeno finché la voce non iniziava ad affilarsi e a diventare un pigolio. Dopo qualche anno dal ritorno, per i reduci della “casa di vetro” cominciò il tempo delle “parmasie”, i cesti di pasta, zucchero, olio, pomodori secchi preparati per sostenere i parenti  del morto dopo il funerale. “Per chi era morto di ternitti si aveva una cura speciale affinché la parmasia fosse priva di latte. Ne avevano bevuto sin troppo  da giovani, gli aitanti operai che respiravano asbesto con il sogno di essere immuni al mal di petto”.

Ternitti  è un romanzo ambivalente: rasenta la storia orale nel descrivere l’emigrazione, cade di credibilità nel ritorno a casa. Il Salento di Desiati è fintissimo, da cartolina. E’ quello che piace ai turisti, con i tuffi a lu ciolo, la festa di Santu Rocco e la pizzica tarantata, tanto incantevole che non si capisce nemmeno perché la gente sia emigrata, o continui ad emigrare. E’ una terra immaginaria dove le donne sessualmente libere vivono tranquille, senza stigma sociale (sarà, ma quelle che saccio ieu  campano fiaccu, ma fiaccu devero), e i padroni cattivi sono solo quelli di fuori: gli svizzeri dell’Eternit, il manager di Roma che sposta all’estero la produzione del cravattificio. Non trovano posto nella narrazione le tredicenni che negli anni ’80 lavoravano nelle salentinissime dittarelle dei subappalti della Luisa Spagnoli per 300 mila lire al mese (‘che a 18 venivi licenziata perché “potevi pretendere”), o le operaie rimaste cieche per i collanti dei calzaturifici di Casarano, con le famiglie tenute zitte con 4 soldi, e nemmeno le braccianti agricole, che ancora oggi vanno in campagna senza stipendio, solo “per le marche” (i contributi per la disoccupazione). Non compare quel sodalizio mafioso/clientelare fra imprenditoria locale e potere politico a cui i salentini per decenni hanno dovuto sottomettersi, in cambio di lavori senza diritti, sicurezza e dignità (2). Non c’è nemmeno un rigo sugli artefici autoctoni della delocalizzazione industriale verso i Balcani … Sergio Adelchi … i Filograna. Insomma, “Ternitti” è un libro che a casa propria non disturba proprio nessuno.

Il libro: Mario Desiati, Ternitti, Mondadori, 2011, p. 258.

(1)  Finora sono stati accertati 117 operai italiani morti o malati di mesoteliomi e tumori polmonari dopo avere prestato servizio nelle filiali svizzere della multinazionale dell’amianto. Per questi lavoratori la Procura di Torino sta aprendo una seconda fase del processo Eternit. Nel 2012 è partita la ricerca dei  967 operai salentini  delle fabbriche di Schmidheiny  da parte della Procura e dell’ Associazione emigranti esposti e familiari salentini vittime  amianto Svizzera. La platea delle persone coinvolte è destinata ad ampliarsi, comprendendo le mogli che lavavano le tute e i familiari che respiravano le fibre portate a casa sui vestiti degli operai.

(2) Per capire qual era il “clima” nelle fabbriche salentine e il livello di complicità fra sistema imprenditoriale, potere politico, chiesa,  magistratura, organi di controllo, è indicata la lettura della dispensa  “La resistibile ascesa di Antonio Filograna”, oltre al libro di Luigi Renna, L’imprenditore padrone. Rapporto sulla repressione antisindacale nel Basso Salento, Milella, Lecce, 1986.

Faccia al muro

Faccia al muroBisogna ringraziare i prigionieri  del carcere di Papuda (Brasilia) per aver saputo trasformare in un libro leggibile  questa fetecchia di spy story. Bisogna ringraziare le loro frasi ad effetto, le loro risate e sfottò, i deliri mistici e le filosofie con cui cercano di riempire di senso il tempo sospeso della galera.  Ringraziare J.J., che ha dato fuoco al materasso perché “aveva bisogno di luce”, e Meningite, perso fra bislacche curiosità ed elucubrazioni bibliche, e Crudele, che inventa trame per libri immaginari. Bisogna ringraziare Zeca, con le sue canzoni di malavita e suoi principi da vecchio sicario del Pantanal.  Ripercorrere con lui le strade di Rio, farsi guidare per le favelas  di cui conosce ogni centimetro senza esserci mai stato, se non con la fantasia gettata al di là delle sbarre. Ringraziare Bruno, l’ingegnere che crede ai sortilegi,  e Alleluia, morto per un fiammifero strofinato male, e Nem, arrestato per un pediluvio in una fontana della zona bene, con uno zaino pieno di anabolizzanti per cavalli e un cartello: “Il popolo sovrano reclama più repressione e meno scuole. Più poliziotti e meno medici. Più serie televisive e meno libri. Più cheesburger e meno churraco”. Bisogna  ringraziare Nenouche, Godinho, Ely, Pata louca e quel fanatico del Bispo Binadab, lo “scolaro della morte”. Immaginarseli nudi e a testa bassa, accovacciati l’uno contro l’altro sul terreno lurido mentre le guardie distruggono le celle per addestrare le reclute, alla ricerca di pericolosi oggetti proibiti: carta, penne, libri, medicine. Immaginarseli piegati dalla diarrea per il rancio andato a male (le carceri di Lula e Rousseff non ci fanno una bella figura), o mentre inseguono con gli occhi la linea dell’ombra che verso sera scavalca il muro del cortile ed esce fuori, per strada. Ringraziare infine anche il detenuto scrittore che ha saputo raccontarli, con la loro “passione oscura” ed i pensieri che in carcere diventano concreti come esseri viventi.

Tutto il resto del romanzo, a sfondo autobiografico, è a metà fra un polpettone erotico/sentimentale (melenso come una telenovela brasiliana) e un intreccio spionistico dai risvolti politici nebulosi, popolato da perfide mata hari e da reduci di lotte passate devastati e arresi, quando non corrotti o venduti al nemico. Forse, suggerendo l’idea una latitanza sessualmente intensa, Battisti ha cercato di far schiattare di rabbia i suoi numerosi detrattori. Il problema è che riesce a far schiattare di noia tutti gli altri. A tratti poi è come se il protagonista volesse dichiarare al mondo, e in particolare al paese d’esilio “lasciatemi perdere,  sono innocuo, le idee in cui credevo mi hanno lasciato solo disillusioni, sono roba del passato, anacronistica”. Il che fa il paio con le sue vicissitudini amorose nella costruzione di un personaggio patetico. Auguro all’autore di non assomigliargli, e che il richiamo  autobiografico del romanzo sia solo una finzione letteraria. Gli riservo, inoltre un consiglio per il futuro: la prossima volta non inventarti storie  artificiose. Basta che ti guardi intorno e descrivi la realtà del Brasile,  che è già sur/reale di suo. Hai mezzo continente a disposizione, vedrai che gli argomenti non ti mancheranno.

Il libro: Cesare Battisti, Faccia al muro, DeriveApprodi, 2012, p. 285.

Stefano, figlio di Giuseppe

di  Erri De Luca

“Il Potere dichiara che il giovane arrestato di nome Gesù figlio di Giuseppe è morto perché aveva le mani bucate e i piedi pure, considerato che faceva il falegname e maneggiando chiodi si procurava spesso degli incidenti sul lavoro. Perché parlava in pubblico e per vizio si dissetava con l´aceto, perché perdeva al gioco e i suoi vestiti finivano divisi tra i vincenti a fine di partita. I colpi riportati sopra il corpo non dipendono da flagellazioni, ma da caduta riportata mentre saliva il monte Golgota appesantito da attrezzatura non idonea e la ferita al petto non proviene da lancia in dotazione alla gendarmeria, ma da tentativo di suicidio, che infine il detenuto è deceduto perché ostinatamente aveva smesso di respirare malgrado l’ambiente ben ventilato.” Più morte naturale di così toccherà solo a tal Stefano Cucchi quasi coetaneo del su menzionato.”

Tratto da http://www.contropiano.org/

 

Amianto. Una storia operaia

Con tenerezza e con rabbia. E’ così che si legge “Amianto. Una storia operaia” di Alberto Prunetti, con qualche sbuffo di risa (sufficiente per passarci da scema mentre lo leggi sul treno) e una gran voglia di spaccare tutto. A tratti con un leggero imbarazzo, per il fatto di sentirti un po’ un’intrusa in mezzo a tanti ricordi così intimi. Ti sembra di avercelo lì, Renato Prunetti, mentre si infervora prima di un calcio di rigore o bestemmia contro i preti in livornese. Nei ricordi di suo figlio  scorrono le loro vite – una passata in fabbrica, l’altra nella precarietà del lavoro cognitivo – così diverse, così legate fra loro da una complicità maschile che ha la  concretezza delle cose costruite assieme. Scorrono i 31 anni che hanno condiviso negli intervalli fra una trasferta e l’altra, perché Renato è operaio trasfertista, esperto nell’installazione e manutenzione di grandi impianti, uno che “smonta le fabbriche e le rimonta in un giorno” agli occhi di suo figlio bambino.

Renato percorre l’Italia su treni notturni, seguendo itinerari non segnalati dalle guide turistiche: periferie urbane, acciaierie, petrolchimici. Là dentro ha vissuto molto più che a casa, spesso lontano da quella maremma popolare, veloce di lingua e di schiaffone, piena di mangiapreti e personaggi mitici. Ricostruire la sua vita significa ripercorrere la mappa delle nocività industriali nel nostro paese: Rosignano SolvayScarlino, PiombinoTarantoTerni, Castellanza, PrioloCasale MonferratoBusallal’Amiata. Dovunque vada l’amianto è una costante, assieme al ferro, al cromo, al nickel e al manganese del fumo delle saldature. Il resto può variare seguendo le infinite combinazioni fra gli elementi della tavola periodica di Mendeleev.

Renato fa un mestiere che non è alla portata di tutti, sa compiere operazioni complesse e pericolose. E’ capace, e cosciente di esserlo. Il suo lavoro definisce gran parte della sua identità e del suo ruolo nel mondo. E’ “aristocrazia operaia”, poco sostituibile, più garantito e pagato degli operai della catena. Nonostante questo subisce anche lui l’arrivo degli anni ’80: la crisi dell’industria pesante (il crollo, a livello di immaginario, del mito di sviluppo che rappresenta) e il ribaltamento dei rapporti di forza fra operai e capitale sancito dalla marcia dei quarantamila. Vede le condizioni di lavoro in fabbrica precipitare sempre di più assieme alla sicurezza, vede aumentare il pericolo e l’arroganza dei capi. Cerca di opporsi, di smuovere il sindacato, inutilmente.

Aristocrazia operaia, dicevo, ma è un “blasone” che ha un prezzo. Per Renato la moneta di scambio, oltre al suo lavoro, la sua capacità e il suo tempo, è il suo corpo.

Ci sono momenti che vorresti presentarti da quelli che hanno deciso di trasformare il lavoro in un ergastolo, rinchiudendo la gente in fabbrica e cantiere oltre i 66 anni. Ci sono momenti che vorresti strascinarli nei fanghi al mercurio di Rosignano, o nei parchi minerari dell’ILVA,  costringendoli a urlartela di nuovo la supercazzola dell’aumento della vita media, che nella realtà si allunga solo per quelli che in fabbrica e cantiere non ci mettono piede. Questo è uno di quei momenti, perché Renato Prunetti muore a 59 anni. Alla sua morte seguono gli oltraggi dell’Inail dell’Inps – a cui bisogna fare causa perché riconoscano l’evidenza dell’esposizione all’amianto – e l’impunità di chi l’ha ucciso: Gargano, Solmine, Solvay, ENI, Italsider, Maura, Iplom … L’hanno ucciso tutti e quindi nessuno: ai padroni non si applicano i reati associativi. A suo figlio va il mio ringraziamento, perché raccontare la realtà significa sottrarre al capitale il monopolio della narrazione del mondo, e anche per avermi fatto conoscere, con affetto e ironia, questo suo padre riottoso, amante del cibo e del vino, orgoglioso fino all’ultimo, refrattario alle tonache e alla pietà.

Il libro: Alberto Prunetti, Amianto. Una storia operaia, Agenzia X, 2012, 141 p. Leggil’introduzione di Valerio Evangelisti e un estratto del libro.

RED AMERICA Lotta di classe negli Stati Uniti

“La libertà è il diritto di fare ciò che non da fastidio a chi ha il potere”,  questo pensò John Reed al processo farsa contro Alexander Berkman ed Emma Goldmann. Un concetto attuale, lo sento risuonare ogni volta che qualcuno – che sia Bersani o la Cancellieri, ma ultimamente anche Vendola o Landini – ci rammenta che la facoltà di opporci alla devastazione dei nostri diritti va esercitata ordinatamente, compostamente, possibilmente senza fare rumore. Reed sapeva che la parola libertà può essere declinata in ben altri modi. Questa antologia di suoi scritti è una bella lezione di giornalismo, un testo che dovrebbe far scuola per chi volesse esercitare il mestiere senza diventare un pennivendolo. Forse non è una lezione difficile: come Jack London e Upton Sinclair nei loro libri, come Joe Hill nelle canzoni, Reed raccontava semplicemente la realtà. Per farlo non badava ai mezzi: era uno che per intervistare gli IWW in galera si faceva arrestare nel fetido carcere di Paterson (e non nella villa con piscina della Santanchè) , uno che si infilava in mezzo agli scioperi sapendo che mercenari, sceriffi e soldati potevano sparargli addosso. Uno che conosceva profondamente gli eventi narrati, perché ne era interno.

Le sue cronache sono bellissime e importanti, testimoniano l’entità dello scontro di classe negli Stati Uniti del primo ‘900  e  l’inaudita violenza scatenata contro il movimento operaio americano.  Parlano di villaggi minerari simili a campi di concentramento, di condizioni di lavoro subumane, di fame, stenti e una rabbia che cresce. Elencano le “proprietà” degli industriali: giudici, sceriffi, giornali, eserciti privati, reparti della Guardia Nazionale … governi degli Stati Uniti.  Narrano la grande storia degli IWW, gli unici che seppero interpretare la nuova composizione di classe trasformando in forza ciò che fino ad allora, per il movimento operaio, era stato un fattore di debolezza: quell’esercito di immigrati usato nei decenni precedenti per  spezzare gli scioperi e sostituire i lavoratori organizzati.

A Paterson il carcere era una babele di lingue. Polacchi, ebrei, italiani, lituani, olandesi, belgi, tedeschi, slovacchi e perfino un inglese e un francese, che però si intendevano benissimo sui concetti fondamentali e su tre parole in inglese: One Big Union!  Centinaia di persone circolavano dal picchetto alla galera e dalla galera al picchetto, ma la prigione non sortiva i suoi effetti, forse perché la vita prima dello sciopero, fra fame e fabbrica,  era altrettanto terribile. Le guardie strippavano, rimbambite dai canti, dagli slogan ritmati dallo sbattere delle brande, e dagli assalti del francese che voleva per forza indottrinarle. Haywood, guidava lo sciopero dei serifici mentre era in galera con i propri iscritti. Ce li vedreste voi oggi Bonanni, Angeletti e la Camusso?

A Ludlow l’accampamento degli United Mine Workers – prima del piombo e del fuoco – sembrava  l’embrione di una nuova società. Contava 1.200 persone e 21 nazionalità diverse, che nel tempo finalmente liberato dal lavoro avevano cominciato  a conoscersi, organizzandosi insieme, superando i pregiudizi razzisti con cui i padroni li avevano divisi. Vennero falciati dalle mitragliatrici e bruciati vivi con mogli e figli. La lettura della corrispondenza di Reed su quel massacro  è indicata per chi volesse ricordare di che lagrime grondi e di che sangue la fortuna dei Rockfeller.

La prima guerra mondiale fu l’occasione, negli Stati Uniti come altrove,  per  sferrare l’offensiva contro il nemico interno: sotto la presidenza democratica di Wilson la Legge sullo Spionaggio e quella sul Sindacalismo Criminale rilanciarono in grande stile la pratica delle montature giudiziarie. Ne fece le spese  l’opposizione antimilitarista – Eugene DebsTom e Rena Mooney,  Billings, Nolan, Weimberg,  Alexander Berkman ed Emma Goldmann – e  (ovviamente) la componente più avanzata del movimento sindacale: Big Bill Haywood e altri 100 Wobblies vennero processati per cospirazione. Negli stessi anni la censura chiudeva 18 giornali della sinistra radicale, la polizia caricava le suffragiste davanti alla Casa Bianca, 1300 scioperanti di Bishee venivano deportati nel deserto.

John Reed, nelle sue corrispondenze sui processi, commentava: “La legge è un mero strumento per fare il buono o il cattivo tempo a favore degli interessi più forti. Non ci sono tutele costituzionali che valgano il prezzo della polvere da sparo usata per farle saltare in aria”, riuscendo di nuovo ad essere attuale.

Forse dovremmo ricordarcene, in un momento in cui – nelle parole di Mario Maffi – “il mondo srotola all’indietro una pellicola durata un secolo”.

Il libro:  John Reed, Mario Maffi (curatore), RED AMERICA  Lotta di classe negli Stati Uniti, Nuova Delphi, 2012, 242 p.

La cuoca rossa. Storia di una cellula spartachista al Bauhaus di Weimer

DALL’ASSALTO AL CIELO ALLA DISCESA AGLI INFERI, questa è l’immagine che meglio riassume la storia di quei compagni e compagne che dopo la Grande Guerra tentarono la rivoluzione in Germania. Ci provarono davvero, da quando la rivolta dei marinai di Kiel costrinse il Kaiser alla fuga, e il paese restò in mano ai consigli degli operai e dei soldati. Per un attimo. Poi la socialdemocrazia se lo riprese per “ricondurlo all’ordine”. Seguirono scontri durissimi, cortei immensi, scioperi generali, repubbliche dei consigli, esperienze soffocate nel sangue con tutti i mezzi necessari, dai paramilitari dei Freikorps alle mitragliatrici della polizia regolare.

Attraverso questi anni terribili ci accompagna il diario di Hannah, la “cuoca rossa”, militante comunista, studentessa del Bahuaus. Assieme a lei Hans, Ewa, Greta, Wihelm, Martin, Frieda, Suzanne, Leonard, Klaus, figli di un’educazione cosmopolita, aperti al mondo, chiusi dentro un paese che implode sempre di più nelle vecchie imposture della “comunità di sangue, anima e razza”.

La loro vita è una rivolta permanente  che riveste di senso ogni atto, anche il più comune. E’ così che la preparazione del cibo diventa fonte di autofinanziamento per la lotta, la sua distribuzione alle mense dei consigli operai va di pari passo con il rapporto politico e la collaborazione militare. La cucina è pretesto per introdursi nelle sedi del nemico e prendergli le armi; le ricette del pasticcio di fegato e delle cipolle farcite si alternano a quelle delle micce e delle bombe incendiarie.

Il Bahuaus (la comunità di artefici nata per “concepire e creare il nuovo edificio del futuro, innalzato un giorno da milioni di lavoratori”) è un’isola di visionari in mezzo a un mare in tempesta. Una “scuola di merda piena di ebrei”, covo di Kulturbolschewiken, come la chiamano i bravi borghesi di Weimar.  Viverci dentro, e contemporaneamente vivere ciò che succede fuori, è un’esperienza intensa e ambivalente. Un passaggio continuo dal cielo all’inferno: dal cielo di una lezione di Paul Klee all’inferno del carcere  della Leonrodstrasse, con la testa avvolta in uno straccio bagnato di vomito.

Hannah e i suoi compagni discutono da pari a pari con le avanguardie culturali del ‘900, cercando in ogni forma, in ogni parola nuovi strumenti per combattere. Vivono l’astrattismo di Kandisky, il surrealismo di Breton, la psicoanalisi di Freud, con la stessa familiarità di un assalto a una caserma, di uno scontro di piazza. Non vi è contraddizione: “ci sono momenti della storia in cui la rivolta è una forma di conoscenza assoluta”.

Mentre la Germania sprofonda nel più becero nazionalismo, loro patria è l’Ucraina di Makhno, il Messico di Villa e Zapata, la Cina dei Boxer, l’America di Sacco e Vanzetti, le fabbriche della Torino del biennio rosso: ne condividono come proprie vittorie e sconfitte, ne discutono programmi politici e tattiche militari.

Hannah, Ewa, Greta … che organizzano le operaie, aprono asili autogestiti, vendicano compagne, sanno però che tutto ciò non basta a frenare l’irrazionalismo crescente, la nascita del nazionalsocialismo.  Portano ancora addosso i segni delle baionette di quei giorni di gennaio, quando Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht vennero presi e ammazzati. E’ da allora che percepiscono la sconfitta, vivono intensamente perché pensano di non vivere a lungo.

Sappiamo com’è andata. Per distruggere il loro sogno la borghesia tedesca non ha esitato a finanziare l’incubo peggiore del ‘900. Mi piace comunque fermarmi a pensare che se  avessero vinto loro sarebbe cambiato tutto: la storia dell’Europa, le nostre stesse vite.

Il libro: Anonimo, La cuoca rossa. Storia di una cellula spartachista al Bauhaus di Weimer. Con un ricettario di cucina tedesca, Derive/Approdi, 2003, 186 p.

PS. Il ricettario di cucina tedesca così si riassume: prendere di tutto, mischiarlo con tutto il resto e affogarlo in sostanziose dosi di panna, burro, strutto, lardo o qualsiasi altra sostanza grassa (molto grassa).

L’altra resistenza

Quello che segue è un documento scritto da un gruppo di compagne per una lettura collettiva al Sacrario dei Partigiani di Bologna, lo scorso 14 ottobre.

 

NELLA: Subito dopo l’8 settembre, quando vidi le squadre dei tedeschi, mi ricordo che mi sentii tutto un rimescolio dentro e subito andai davanti a una caserma: un soldato mi diede la sua chiave di casa perché gli andassi a prendere degli abiti civili per scappare, e io glieli portai, io da sola, senza che nessuno mi dicesse niente. Ho preso allora la decisione.

LINA: E ci siamo anche sentite dire: «Ma voi non avete combattuto, non avete usato le armi!» Non abbiamo usato le armi, ma si combatte con tante armi: un manifesto, un giornale, uno scritto, anche una macchina da scrivere era un’arma [1].

La famiglia Baroncini

Tra i nomi che possiamo leggere sulle mura del monumento ai partigiani della Certosa ci sono quelli dei Baroncini – Benini: dell’intera famiglia (composta dal padre Adelchi, dalla madre Teresa, e dalle figlie Jole -nata nel 1917-, Lina -1923- e Nella -1925-), troviamo qui Adelchi, Teresa e Jole. Adelchi, operaio socialista e anticlericale, per tutto il periodo fascista, nonostante le difficoltà economiche, il licenziamento e le aggressioni, rifiuta di prendere la tessera del fascio. Per sottrarsi alle persecuzioni, la famiglia lascia Imola per trasferirsi a Bologna. Dopo l’8 settembre ‘43 i Baroncini entrano in contatto con i primi nuclei della Resistenza. Alle giovani sorelle viene affidato il compito di battere a macchina gli articoli per «L’Unità», «Noi donne», «La lotta» e di trasportare la stampa clandestina. Il 24 febbraio del ‘44, in seguito a una delazione, le SS arrestano l’intera famiglia. Adelchi e la secondogenita Lina, che si è addossata tutta la responsabilità, vengono interrogati e torturati per un mese al comando delle SS in viale Risorgimento (attuale facoltà di Ingegneria), senza mai tradire i compagni.

Jole Baroncini

Cominciarono gli interrogatori, giorno e notte. Un po’ mio padre, un po’ io, poi gli altri. Eravamo nelle cantine, isolati, e ci venivano a prendere poco alla volta. Dalle cantine dove eravamo, si sentiva chi venivano a prendere e chi ritornava. Una volta che mio padre lo torturarono per tutta la notte, e quello che gli fecero lo saprà soltanto lui, io ne so solo un pochino, e lo buttarono giù, a ruzzoloni, io lo sentii, mentre cadeva a ruzzoloni, e si lamentava: io ero nella cantina chiusa, non vedevo niente, però sentivo: la voce era alterata, non era la sua, ma io sapevo che era lui. E loro mi vennero ad aprire la cantina, mi presero e mi portarono davanti a lui […] loro credevano, chissà?, che io mi sarei inginocchiata, mi sarei messa a pregare. E invece io, purtroppo, rimasi non dico impassibile, ma immobile; purtroppo, perché sarebbe stato meglio se avessi potuto piangere. Però non riuscivo a piangere in quel periodo, e anche un pezzo dopo. Non dissi niente: ma, tanto, non potevo far niente. Loro dalla rabbia dissero: «Guarda, è proprio una comunista: non capisce niente, non sente niente, neanche il dolore!» […] [2].

Infine, dopo la detenzione a San Giovanni in Monte e nel campo di concentramento di Fossoli (Modena), a luglio Adelchi viene deportato a Mauthausen, mentre le donne della famiglia partono in agosto alla volta di Ravensbrück.

Ravensbrück: la resistenza continua!

Nel campo è maturata la mia coscienza, il campo è stata la mia università: si parlava di politica per non morire[3]

Ravensbrück, l’“inferno delle donne”, è il più grande campo di concentramento femminile della Germania nazista; vi vengono internate per la maggior parte deportate politiche, “triangoli rossi” [4]. Il numero delle internate cresce rapidamente, e con esso aumenta l’intollerabilità delle condizioni di vita delle prigioniere: dalle 867 del maggio ‘39 si giunge alle 45.000 presenze verso la fine della guerra. Durante questi sei anni a Ravensbrück vengono immatricolate 125.000 donne, di cui 95.000 non faranno mai ritorno a casa. 870 bambini vengono al mondo nel campo, in quindici circa sopravvivono all’internamento.

A partire dal 1941, le prigioniere vengono impiegate come schiave dall’industria tedesca, che, grazie a un vantaggioso accordo commerciale con le SS, può avvalersi di una manodopera quasi gratuita e totalmente priva di diritti. Le internate lavorano difatti 12 ore al giorno, con turni diurni e notturni, e il misero compenso per il loro lavoro viene intascato direttamente dalle SS. L’alleanza tra grande capitale tedesco e regime nazista emerge prepotentemente. Dal 1942, infatti, con la creazione dell’Ufficio centrale SS dell’economia e dell’amministrazione (SS-Wirtschafts-Verwaltungshauptamt), il fine precipuo dei campi diviene quello economico e la causa di morte per gran parte degli internati lo «sterminio per mezzo del lavoro»: i prigionieri divengono “Stück” (pezzi) da “noleggiare” all’industria. I “pezzi” durano in media 9 mesi, facendo incamerare alle SS un netto guadagno, rimpinguato dalla “utilizzazione razionale del cadavere”, e fornendo al contempo ai capitalisti del Terzo Reich un inesauribile bacino di schiavi. Quando i “pezzi” smettono di funzionare, infatti, sono inviati in “trasporto nero” alla camera a gas per essere immediatamente sostituiti dai nuovi arrivi.

Tariffa quotidiana di noleggio in media RM 6

Detrazione per vitto RM 0,60

Ammortizzazione vestiario RM 0,10

Durata media di vita 9 mesi = 270 x RM 5,30= RM 1431

Ricavato dall’utilizzazione razionale del cadavere: 1) oro dentario; 2) vestiario; 3) oggetti di valore; 4) denaro

Detratte le spese di cremazione RM 2

Guadagno netto medio RM 200

Guadagno totale dopo 9 mesi RM 1631

Da aggiungere il ricavato dall’utilizzazione delle ossa e delle ceneri [5].

Nel 1942 la Siemens trasferisce una filiale a ridosso del campo di Ravensbrück, usando come manodopera esclusivamente le internate. La prigioniera 44.140, Lidia Beccaria Rolfi, descrive il campo come Una città dormitorio che, nella sua feroce funzionalità alla produzione, ricorda, anche se in modo drammatico ed esasperato, le nostre città industriali[6].

Nonostante la capillarità e la ferocia dei processi di disumanizzazione del sistema concentrazionario, esiste a Ravensbrück un piccolo nucleo di direzione politica internazionale[7], di cui fanno parte note resistenti comuniste come Marie-Claude Vaillant-Couturier ed Hélène Langevin: tra le internate la resistenza continua, attraverso piccoli gesti quotidiani, una fitta rete di solidarietà, l’infrazione delle regole del campo, il sabotaggio della produzione, il furto, la diffusione di cultura[8], la scrittura, la creazione di piccoli manufatti e la semplice (ma, visto il contesto, ardua) cura di sé.  Gesti che, se scoperti, porterebbero alla morte immediata o a brutali pestaggi.

A Ravensbrück organizzare è sinonimo di rubare al sistema. […] Imparo che in campo si può rubare, ma solo al sistema [9].

Tra le italiane, la partigiana Maria Montuoro “Mara”, giunta in campo con le Baroncini, è tra le sabotatrici più tenaci. Lavora nel reparto peggiore di Siemens, a contatto con un acido tossico, ma non cerca di cambiare posizione, poiché lì ha la possibilità di lavorare sui condensatori dopo l’ultimo collaudo e dunque di sabotare metodicamente i pezzi, senza che possano più essere controllati. Ma “sabotaggio” nei lager è considerato anche aiutare le compagne a non morire. E di questa tipologia di sabotaggio, che non rappresenta certo un’eccezione, beneficiano, tra le altre, anche Nella Baroncini e la compagna Julka Deskovic[10], che più volte destinate ad un “trasporto nero”, vengono nascoste dalle internate che lavorano in infermeria. Le prigioniere che hanno mansioni mediche o rivestono ruoli burocratico-amministrativi, infatti, falsificano spesso carte e documenti per salvare da morte certa le loro compagne. Una forte rete di protezione si crea attorno alle “lapin”, le prigioniere su cui sono stati compiuti esperimenti medici, o attorno ai neonati, per cui il sistema non predispone alcuna forma di sopravvivenza.

Le sorelle Baroncini, dal canto loro, pur di non separarsi dalla madre, svolgono i lavori più duri. Si privano spesso dello scarso vitto per portarlo a quella tra loro che al momento è nelle condizioni peggiori. Iole riesce persino a ricamare e a inviare lettere a Nina -e in campo la scrittura è un reato a cui corrisponde la pena di morte -.

Teresa, consumata dall’internamento, muore nella baracca numero 8, il 26 gennaio 1945. Ancora una volta è la solidarietà tra prigioniere a permettere a Lina e Nella di entrare clandestinamente in infermeria e rivedere per l’ultima volta la madre. In marzo cade anche Iole, destinata ad un “trasporto nero”.

Un mese più tardi, il 30 aprile 1945, la 49° unità della 2° armata sovietica del fronte bielorusso libera Ravensbrück.

Il giorno della liberazione mi ricordo che stavo dormendo, come al solito sognavo che distribuivano invece che le rape dei porri bolliti, che erano un poco meglio delle rape. Sognavo qualche cosa del genere, sentivo del trambusto, poi mi sono svegliata e ho visto tutta questa gran confusione, ho visto che erano lì. Ormai alla liberazione eravamo rimaste soltanto noi dell’infermeria perché gli ultimi giorni avevano fatto partire tanti di quei trasporti, che non si poteva tenere aperta la finestra dalla puzza che veniva dal camino del forno crematorio. Le Cecoslovacche misero fuori degli stracci rossi, non so come avevano fatto a procurarseli. Ho capito che dicevano che c’erano i Russi alla porta, che era la liberazione. Il primo istinto naturalmente fu di venire giù dal letto, ho fatto due passi e sono caduta lunga distesa, perché proprio non ce la facevo più a stare in piedi. […] Qualcuna andò alla porta, di quelle che riuscivano ancora a girare, andarono alla porta e trovarono un russo, mi ricordo che aveva due gran baffoni, e lo fecero girare per queste baracche. Io ricordo la faccia, con due lacrimoni che gli venivano giù, ci guardava in faccia e scuoteva la testa […] [11].

«La liberazione è arrivata, e poi?»[12]

Mio marito delle volte diceva: <se tu non ti mettevi in certe cose nessuno veniva a prenderti>. Anche mio nipote una volta me l’ha detto: <te lo sei voluto, se stavi a casa a fare la calza…>. Come fa una a parlare ancora? Io mi sono limitata a dire: <come non capisci certe cose!> e lui: <la guerra è fatta per gli uomini, cosa c’entrate voi donne?> [13].

Il ritorno a casa non è semplice e non è sempre un ritorno alla normalità, agli affetti, a un mondo accogliente. Lina Baroncini alla liberazione pesa trentacinque chili e ha una pleurite bilaterale. Tornata finalmente a Bologna, ma in una casa ormai vuota, vedrà il ritorno solo di sua sorella Nella. Anche papà Adelchi è morto, nel gennaio ’45, al Castello di Hartheim.

ho continuato a sognare mia sorella Iole che tornava e si presentava alla porta, per anni e anni e anni. […] E poi, quando tornai a casa, mi pareva di sognare di giorno e di essere sveglia di notte: cioè di notte io sognavo la famiglia, sognavo la casa, sognavo quello che era una volta [14].

La situazione è particolarmente difficile per le “politiche”. Lina, durante il ritorno in Italia, viene segnalata negli elenchi dei deportati come “civile”. Protesta, dicendo di essere una “politica” e si sente rispondere: «Ma come? Una donna, politica? Non esiste! Non si può!» [15]. Una volta tornate a casa, non saranno in pochi a misconoscere il loro ruolo di donne nella resistenza: «Ma era vostro padre che era partigiano, non voi!»[16].

Le donne “triangolo rosso” trovano in patria un atteggiamento di diffidenza e vergogna. A differenza delle deportate per motivi religiosi, agli occhi di molti, queste donne sono “colpevoli” di aver abbandonato la casa per la politica, in ultima istanza di essersela cercata. La deportazione femminile viene inoltre ammantata di significati ambigui: è diffusa l’idea che essa coincida con la violazione sessuale, con la perdita della rispettabilità. Elsa Levi, tornata dal campo, tronca la relazione con il suo fidanzato perché lui le dice <tu sei viva perché sei andata a dormire con un tedesco>[17]. Dora Venezia, giunta in Italia, si rivolge al prete incaricato dello smistamento dei deportati. Questi, notata la sua pancia, gonfia per la denutrizione, la liquida dicendole: <Tu vai da quello che ti ha messa incinta…!>[18].

Lidia Beccaria Rolfi

Lidia Beccaria Rolfi, tornata alla sua Mondovì, viene rimproverata da sua madre: “Prima vai coi partigiani, poi in Germania… Sei lo scandalo della famiglia… Pensa un po’ al tuo avvenire e vai a confessarti [….][19].

Quella cominciata come partigiane, e continuata, in forma ancor più dura, nei campi di concentramento, resta lungamente, anche per le deportate politiche, una resistenza doppiamente taciuta, doppiamente inascoltata. Ed è anche per questo che abbiamo voluto ricordarla qui, oggi, dove riposano idealmente alcune delle sue protagoniste.


[1] Testimonianza di Lina e Nella  Baroncini in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, Einaudi, Torino 1978, pp. 281-282

[2] Testimonianza di Lina Baroncini in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit. , p. 243

[3] Lidia Beccaria Rolfi in B. Maida, Non si è mai ex deportati. Una biografia di Lidia Beccaria Rolfi, Utet. Torino. 2008, p. 124

[4] Il sistema di identificazione dei prigionieri nei campi di concentramento nazisti si basava su simboli di stoffa cuciti sulle divise. Il triangolo rosso identificava i prigionieri politici.

[5] Calcolo del reddito derivante dallo sfruttamento dei detenuti nei campi di concentramento, effettuato dalle SS, in R. Schnabel, Il disonore dell’uomo. Documenti sulle SS, Lerici, Milano 1961, p. 98

[6] Testimonianza di Lidia Beccaria Rolfi in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit., p. 25

[7] Cfr. tra gli altri T. Noce, Rivoluzionaria professionale, La Pietra, Milano 1974.

[8] La deportata francese Monique Nosley parlerà del lager come università, per lo straordinario scambio culturale tra le prigioniere, per cui resistere significava anche sforzarsi di ricordare le poesie imparate a scuola per comunicarle alle compagne, o ritagliarsi del tempo per discutere di politica, di lotte sindacali.

[9] Testimonianza di Lidia Beccaria Rolfi in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit., pp. 49, 94

[10] Julka, partigiana slava che milita anche nelle fila della Resistenza italiana, il giorno di natale del 1944 partorisce, a Ravensbrück, una bambina di nome Slobodenka (che in croato significa “libera”), concepita durante la Resistenza con il comunista Renato Giachetti. La piccola Slobodenka morirà nella prima metà di Febbraio, Julka vedrà la liberazione del campo, ma morirà poco dopo, nonostante la sollecitudine delle compagne.

[11] Testimonianza di Nella Baroncini, http://www.testimonianzedailager.rai.it/testimoni/pdf/test_39.pdf

[12] Testimonianza di Nella Baroncini in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit., p. 273

[13] Testimonianza di Margherita Bergesio, http://travasamento.altervista.org/donne-al-ritorno

[14] Testimonianza di Nella Baroncini in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit., p. 279.

[15] Testimonianza di Lina Baroncini, ivi, pp. 276-277

[16] Testimonianza di Lina Baroncini, ivi, p. 281

[17] Testimonianza di Elsa Levi, http://travasamento.altervista.org/donne-al-ritorno

[18] Testimonianza di Dora Venezia, in M. Baiardi, Aspetti della memorialistica femminile della deportazione, http://www.bobbato.it/fileadmin/grpmnt/1133/baiardi_-_aspetti_memorialisticapdf.pdf

[19] L. Beccaria Rolfi, L’esile filo della memoria. Ravensbrück 1945: un drammatico ritorno alla libertà, Torino, Einaudi, 1996, p. 133

… e venne il 26 aprile

Quello che segue è un documento scritto da un gruppo di compagne per una lettura collettiva al Sacrario dei Partigiani di Bologna, lo scorso 14 ottobre.

RIFLESSIONI SUL CONTRIBUTO DELLA RESISTENZA ALLA CONDIZIONE FEMMINILE

 

Tina Lorenzoni

A Firenze ci fu per esempio una ragazza di nome Tina Lorenzoni. Aveva 25 anni. La formazione alla quale apparteneva si era già dislocata, in parte, nell’Oltrarno. I tedeschi e i repubblichini controllavano con ogni mezzo le rive del fiume. C’erano però altri partigiani organizzati clandestinamente. Per ben tre volte Tina riuscì ad attraversare le linee per assicurare il collegamento tra i resistenti. Venne presa e messa in prigione: tentò di fuggire, venne ripresa, fucilata. La motivazione della medaglia d’oro che anni dopo le fu conferita, dice di lei: “Angelo consolatore tra i feriti”. Tutta quella spericolatezza, tutto quel coraggio, umiliate da un qualche funzionario addetto alla scrittura, che non conosceva le parole da pronunciare per definire una persona come Tina” [1]. Questo è quanto offre in gran parte la memorialistica, nel rendere omaggio commosso a qualche icona femminile protagonista nella storia della Resistenza.

Irma Bandiera

In ambito storiografico le cose non vanno molto meglio: bisognerà attendere gli anni settanta, quando la pubblicazione di alcuni testi[2] darà conto di una ricostruzione più attenta della partecipazione delle donne, per sgomberare il campo da retaggi culturali che obbligano le donne in posizione di subalternità anche quando, armi in mano, pareggiano il conto tra il bisogno di liberarsi dal nazi-fascismo e quello di rivendicare la libertà di donna. Fino ad allora la storiografia ufficiale continua a proporre la formula del “prezioso contributo femminile”  nell’accezione della convergenza temporanea e non del “fare” la Resistenza, “far parte” integrante di una lotta. Poi si aggiunge lo stereotipo che considera le donne inconciliabili con le armi e con la politica. La partigiana ideale è la protagonista di L’Agnese va a morire: informe, materna, non sospetta.

“Alla cuneese Tersilla Fenoglio […] tocca l’onere di citare un tema spinoso: preoccupati di non dare un’immagine promiscua della Resistenza, i garibaldini piemontesi proibiscono alle loro compagne di partecipare al corteo della liberazione e lei con altre compagne combattenti si ritrova ad assistere dal bordo della strada […] [3]

Gabriella Degli Esposti

Sicuramente è esiguo il numero di donne che hanno avuto un ruolo militare nelle organizzazioni, criterio fondamentale nelle gerarchie dei valori necessari al riconoscimento della medaglia al partigiano; motivo per cui poche donne vengono insignite di medaglia. Poche le donne che hanno organizzato, diretto e partecipato alla battaglia, tante le donne specializzate in sequestri e scambi di prigionieri tra tedeschi e partigiani; migliaia le donne che si occupano di informazione e collegamenti, di stampa e propaganda, del trasporto di armi e munizioni, di attivare reti di assistenza nelle case e negli ospedali, di promuovere scioperi, manifestazioni contro il carovita, assalti a magazzini di viveri. È un insieme di compiti essenziali sia per lo sviluppo stesso della lotta armata che per la tutela materiale della comunità; ed è molto di più di quanto lasci intravedere il termine miniaturizzante di “staffetta”.

Clorinda Menguzzato

“un giorno alcune SS di servizio ad un blocco di una strada di campagna fermano una ragazza romana che ha una grossa borsa sul manubrio della bicicletta: le chiedono in modo brusco:<roba da mangiare?> <no bombe> risponde lei, e i tedeschi trovano la risposta spiritosa e non controllano oltre. Il giorno dopo quelle bombe faranno saltare in aria un loro convoglio [4].

Il lavoro invisibile delle donne garantisce una presenza costante, ricca di dedizione e di sacrificio, spesso silenziosa, di quella organizzazione che viene chiamata “base”, con un termine geometrico che non dovrebbe portare però una valutazione politica diminutiva; e questo anche alla luce del fatto che rimanendo sul territorio della quotidianità (nei CLN aziendali e rionali, nei comitati di agitazione, nelle fabbriche), il rischio di esposizione alla repressione, la più dura, è senza dubbio altissimo.

“La più eroica battaglia contro la fame, la combattono le donne di Carrara: esse hanno salvato una prima volta la città quando il comando tedesco ne ha ordinato l’evacuazione in massa entro due giorni, per raderla al suolo: le donne si sono ribellate all’ordine spietato ed hanno costretto il comando germanico atterrito dall’insurrezione, a revocare l’ordine di sgombero; ma la vera grande battaglia è quella combattuta per il sale e la farina. Per 19 mesi le donne della città traggono il sale dal mare facendo bollire clandestinamente l’acqua marina sacrificando le pinete in questa lunga e interminabile evaporazione, poi col loro carico di sale si arrampicano su per gli impervi sentieri delle Apuane andando in Garfagnana in cerca di viveri, calandosi giù dai paesi dell’Appennino per la Cisa o il Cerreto fino in Emilia, per tornare una o due settimane dopo, sfinite sanguinanti dimagrite, con il loro carico di farina per la famiglia, a volte lasciandosi alle spalle qualche compagna vittima di un mitragliamento aereo o dello sfinimento. Straordinaria fila di formiche che riescono a garantire il pane a una città- che anche per questa loro lotta venne decorata con la medaglia d’oro “[5].

Ancilla Marighetti

Le donne vivono sulla propria pelle il peso della fame, della sofferenza, dell’ingiustizia per sé e per tutta la famiglia, di cui hanno il carico; pian piano maturerà una coscienza, una voglia di protagonismo nel pensare e organizzare un mondo più ampio della casa alla quale sono state relegate. È così che vengono portate in massa a partecipare alla Resistenza e tra di esse tante si distingueranno per il loro eroismo. Impossibile ricordarle tutte: le bolognesi Irma Pedrelli e Ada Zucchelli, fucilate dopo lunghe sevizie, Ancilla Marighetti e Clorinda Menguzzato, morte sotto la tortura (e a una di loro, ostinata nel suo silenzio, viene persino strappata la lingua)… È così che presto, accanto alle informatrici, alle infermiere, alle raccoglitrici di viveri e indumenti, scendono in campo le combattenti. I Gruppi di Difesa della Donna organizzano le volontarie per la libertà, donne che sparano, dapprima membri dei Gap – squadre di azione in città -, poi anche combattenti sui monti.

Ines Bedeschi

Un’altra giovane racconterà: «Quel giorno (29 Settembre) andavo a far la fila per l’acqua quando cominciarono a sparare. Gettai il recipiente e corsi verso un giovane che stava a terra con gli occhi chiusi. Gli presi il fucile e mi misi anch’io a sparare all’angolo di Corso Garibaldi, ho sparato per più di due ore, volevo ucciderli tutti, era stato un anno di tormenti, di bombe, di fame, di sete e così quel giorno mi prese una grande furia. Avevo 17 anni, non mi occupavo di politica ma sapevo bene che cosa erano i fascisti e i tedeschi contro i quali ho sparato a Porta Capuana »[6] .

« La ribellione nasce dalla consapevolezza che il fascismo significa una guerra dietro l’altra e che i dieci anni di guerra nelle quali è stata precipitata l’Italia sono il frutto della pesante lotta di classe condotta contro i lavoratori. […] nel nuovo ciclo di armamenti, e di espansione economico territoriale, che si era riaperto all’orizzonte, la politica fascista aveva dato sufficienti garanzie e vantaggi all’alto capitale: Volpi, Agnelli, Pirelli, Marinotti facevano affidamento su Mussolini e Ciano. Oggettivamente nè la spirale bellica nè quella autarchica potevano essere interrotte, e spingevano in un’unica direzione. Mentre l’alto capitale traeva i suoi vantaggi dalla guerra, alla quale del resto l’intellettuale offriva spesso i suoi grani d’incenso, l’operaia comnciava a conoscerne i risvolti »[7].

[…] a Spilamberto, le operaie della Sipe scioperano per aumenti salariali, e la lotta appare subito durissima: ai fermi e agli arresti, si accompagnano 122 licenziamenti e 224 sospensioni. Di lì a qualche mese l’operaia Barbolini, alla ceramica Marazzi, prende in pubblico la parola, durante un’agitazione contro le multe, presentando le rivendicazioni delle compagne. A Carpi, le operaie della fabbrica Menotti sospendono il lavoro chiedendo aumenti salariali, mentre quattro di loro, denunciate e condannate a tre mesi per direttissima, ottengono la condizionale, ma vengono licenziate in tronco (una di loro, Laura Solieri, ha quattro figli) [8].

Iris Versari

Questi non sono che esempi scelti a caso tra le tante lotte che vedranno la loro massima espressione negli scioperi del ‘43. Il Fascismo, infatti, attua una politica «femminile» di duro sfruttamento e discriminazione: il lavoro delle donne è relegato agli ambiti più umili e subalterni; i loro salari sono inferiori del 50% rispetto a quelli maschili, secondo le leggi corporative fasciste (in realtà oscillavano addirittura fra il 33% e il 45%, a parità di mansioni); dopo il 1929 una serie di decreti estromette le donne dai lavori amministrativi e dalle professioni, imponendo che il loro numero non superi la quota del 10%; si ostacola per legge l’accesso all’istruzione superiore; le donne coprono i buchi di un’economia in crisi, lavorano a domicilio in forme precarie e marginali, suppliscono alle carenze di servizi e dovranno poi piegarsi ai «sacrifici» imposti dallo «sforzo bellico».

Dall’altra parte però s’impone la mitologia reazionaria per cui la «donna-madre» non deve lavorare (era questa la teoria ufficiale del Fascismo e la tradizionale posizione della Chiesa cattolica espressa da papa Pio XI: «il lavoro è una corruzione dell’indole muliebre e della dignità materna, perversione di tutta la famiglia»). Proprio lo scollamento tra immagine materna idealizzata e dura realtà sociale è destinato a generare via via una conflittualità repressa che si esprime nella sottrazione alle richieste del regime e sfocia nella partecipazione di massa delle donne alla lotta partigiana. Richiamate al lavoro «per il bene della patria», al posto degli uomini in guerra, operaie e impiegate cominciano a riflettere e a parlare fra loro, non più isolate fra le mura domestiche, né zittite dai propri mariti. Partecipano e animano i grandi scioperi industriali del ‘43 e ’44 nel Nord Italia e molte di esse danno sostegno o partecipano in prima persona alla lotta armata partigiana.

All’indomani della cacciata del nazi-fascismo molti avanzamenti importanti si sono compiuti, ma pur sempre verso un processo di adeguamento al modello di produzione e di modernizzazione che il capitale si appresta a promuovere. I nazi-fascisti non sono più al comando: ma i Volpi, gli Agnelli, i Pirelli sono al loro solito posto. La richiesta di una società socialista, senza classi, senza sfruttamento e di un radicale mutamento di tutti i rapporti sociali compreso il rapporto tra i sessi, viene ampiamente tradita.

Per i partiti che concorrono, come il PCI che ha ormai abbandonato l’idea di rivoluzione, alla costruzione di nuovi equilibri di governo, alla ricostruzione e alla stabilità sociale come la borghesia comanda, non resta che domare le masse di pressione che tra contentini e repressione entrano a far parte delle nuove e moderne sacche elettorali.

Non sorprende quindi che, all’indomani della Liberazione, i principali partiti politici cerchino di inquadrare la vasta spinta delle donne costituendo “sezioni femminili”, per recuperarla nei quadri gerarchici della politica istituzionale. Promuovendo la “parità” e “l’emancipazione” femminile i partiti cercano di riportare l’azione politica delle donne in un quadro normalizzato e subalterno a una dirigenza e a valori politici interamente maschili.

Ai piedi del muro, anche tante donne sono cadute. Per chi è giunto alla liberazione, dopo vent’anni di tirannide, nel sole dell’Aprile si apre una strada che appare radiosa. I più, nella gioia di questi giorni, non si rendono conto che la realtà è quella che indica, ammonitrice, quell’appello alle donne: <la vera battaglia incomincia oggi ed è battaglia contro ogni oppressione politica e ogni oppressione sociale>. E non è detto che sia una battaglia più facile della lotta  armata appena conclusa [9].

Renato Guttuso – Morte di Maria Margotti

Lo avevano compreso le compagne partigiane e lo compresero anche le tante donne che nel dopoguerra presero in mano il loro destino con le lotte operaie e contadine. Proponiamo una testimonianza dello sciopero delle mondine del 1949 nelle campagne emiliane. Le condizioni di lavoro di queste donne sono tra le più dure che esistano sul territorio nazionale. Lo sciopero rischia di far saltare l’intera produzione perché viene bloccata la raccolta; gli agrari corrono ai ripari recuperando flotte di braccianti affamate, da altre regioni d’Italia. Nonostante i tentativi di contrapporle le une alle altre, le mondine locali e le straniere procedono, di comune accordo, nella protesta dura e decisa: “se il grande sciopero sarà vittorioso avremo un contratto di lavoro per tutte”. Molte delle braccianti straniere decidono di tornarsene a casa senza una lira e neanche un sacchetto di riso, ma con la coscienza acquisita che è necessario lottare tutte insieme per scuotere dalle fondamenta il potere degli agrari.

Le donne ottengono un contratto di lavoro, ancora insoddisfacente e con una remunerazione sempre inferiore rispetto a quella degli uomini (su 700 lire al giorno, le donne riscuotono 200/300 lire in meno). Per giungere a questo risultato, che è salutato con gioia anche se parziale e insoddisfacente, hanno duramente lottato e sofferto: una donna è stata uccisa da un carabiniere chiamato a difendere gli interessi dei padroni.

[…] è l’anno 1943 […] Maria collabora con i partigiani, incurante del fatto che ha due figlie piccole da accudire e che le rappresaglie e le fucilazioni si moltiplicano. Finalmente il 1945, la vittoria sul fascismo e sul nazismo, la pace. […] anche a Filo d’Argenta, come in ogni paese e in ogni città d’Italia, si comincia a ricostruire dalle rovine. Rinascono, con la speranza di progresso civile, le istituzioni democratiche del mondo contadino: il collettivo agricolo, le cooperative, strumenti di difesa sindacale e di emancipazione delle masse braccianti. Le donne come Maria non rimangono estranee a questo fervore di progetto e di discussioni: in numerosi convegni e riunioni parlano anche delle vecchie ingiustizie, dell’inferiorità in cui è tenuta la donna nel lavoro e in casa, dei contratti che per una uguale attività applicano tariffe diverse per gli uomini e per le donne, della necessità che anche le contadine possano beneficiare di alcune garanzie sociali per la loro vita e la vita dei figli. […] Maggio 1949, la lotta raggiunge il culmine con il grande sciopero bracciantile. […] 16 Maggio la polizia giunge a reprimere le manifestazioni in maniera particolarmente violenta: le donne vengono disperse a colpi di mitra, inseguite e malmenate. A Molinella 52 di esse sono ferite, 638 bastonate e 49 arrestate. Il 17 viene organizzata una manifestazione di protesta […] Maria è sul ciglio della strada, insieme ad altri e discute animatamente.  All’improvviso arrivano camion e jeep carichi di armati. Un carabiniere in motocicletta passa veloce, intima a tutti di sciogliersi e, senza nemmeno aspettare di vedere se il suo ordine viene eseguito, spara con il mitra uccidendo sul colpo Maria Margotti [10].


[1] M. Ombra, Libere sempre. Una ragazza della Resistenza a una ragazza di oggi, Einaudi, Torino 2012, p. 46

[2] In particolar modo La resistenza taciuta (1976), a cura di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, e Compagne (1977) di Bianca Guidetti Serra

[3] A. M. Bruzzone – R. Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. XII

[4] G. Dal Pozzo – E. Rava, Le donne nella storia d’Italia, vol. II, Teti, Milano 1969, p. 602

[5] Ivi, p. 599

[6] Ivi, p. 597

[7] F. Pieroni Bortolotti, Le donne della resistenza antifascista e la questione femminile in Emilia Romagna: 1943-45, Vangelista, Milano 1978

[8] Ivi

[9] G. Dal Pozzo – E. Rava, Le donne nella storia d’Italia, op. cit., p. 608

[10] Ivi, p. 697

Desideri/segnalazioni

Claudio Virtù, Palazzina LAF. Mobbing: la violenza del padrone, Quaderni del Centro Studi Calamandrei, Archita Edizioni, 2001, 112 p.

Cosimo Argentina, Vicolo dell’acciaio, Fandango, 2010. Recensione.

Alessandro Di Virgili, Manuel De Carli (illustratore), Thyssenkrupp. Morti Speciali S.p.A., Becco Giallo, 2009, 112 p. Recensione.

Mimmo Calopresti, Cristina Cosentino, La fabbrica dei tedeschi. Thyssenkrupp (con DVD), Biblioteca Univ. Rizzoli.

Alessandro Portelli, Acciai speciali. Terni, la ThyssenKrupp, la globalizzazione, Donzelli, 2008,  229 p.

Recensione di Alessandro Casellato. Recensioni di Michele Nani e Loris Campetti. Recensione di Saverio Luzzi.

Gerardo Mazziotti, Bagnoli, cronaca di un fallimento annunciato, edizioni Denaro Libri, 2003.

Cecilia Cristofori (a cura di), Operai senza classe. La fabbrica globale e il nuovo capitalismo. Un viaggio nella Thyssenkrupp Acciai Speciali di Terni, Franco Angeli, 2009, 239 p.

Invisibili. Vivere e morire all’Ilva di Taranto

Circa vent’anni fa Emilio Riva ebbe in regalo dallo Stato l’ILVA di Taranto, e vi impose il suo ordine.

Si liberò del vecchio blocco operaio – forte, cosciente, compatto –  sostituendolo con giovani desindacalizzati, e ci riuscì con una certa destrezza, barattando il prepensionamento dei vecchi con l’assunzione dei loro figli. Spezzò le ultime resistenze sindacali di quella che fu l’orgoglio della forza operaia del sud, rinchiudendo i riottosi nella palazzina LAF, in un casermone vuoto, a guardare i muri spogli.

Riva si inventò  molto prima dell’era Marchionne “la fabbrica del futuro”, in realtà molto più simile alle ferriere del primo ‘900, se non fosse che rispetto ad allora la soggettività operaia è più debole. Cosa è successo in seguito dentro l’ILVA dei Riva ce lo raccontano Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, con una cronaca redatta alla vigilia delle ultime vicende giudiziarie.

…Mi ha confessato di essere in cura dallo psicologo perché i capi lo martellano. Mi ha detto: Sai, ho sfiorato il suicidio. I deboli sono sotto pressione. Sanno che possono essere presi di mira. Chi è più debole non reagisce nei confronti dei capi, finisce per fare sedici ore di lavoro. Dice che ha sentito una voce, che si è visto sull’orlo del burrone. Che ha avuto paura di perdere l’equilibrio sulla passerella”.  “Non mi davano niente da fare per tutto il giorno quando ero in punizione….. ma mi nascondevo perché alla fine potevano chiedermi: perché non lavori ? E la colpa sarebbe ricaduta su di me. Volevano che li seguissi come un cane. Ma io non sono un cane.

Non è un ricordo dei tempi della palazzina LAF,  è la realtà di oggi. Nonostante la condanna per mobbing, Riva non ha cambiato metodi. Del resto perché dovrebbe ?  Funzionano !!!

Gli operai descritti da Colucci trasudano rassegnazione, paura, rimozione del loro vissuto, diffidenza verso tutto ciò che è esterno, rancore verso la “città”,  indifferente alla loro condizione, ai loro morti. Rancore in parte giustificabile, se si pensa che patron Riva s’è comprato mezza Taranto: istituzioni, clero … . L’altra mezza no … non quella che porta i figli avvelenati dall’ILVA ad oncologia pediatrica. Rancore, dicevo,  giustificabile solo in parte, perché è come se gli operai intervistati si aspettino che la loro salvezza debba venire da fuori dei cancelli dell’ILVA, e non da una propria assunzione di responsabilità, dalla presa d’atto che se non sono loro i primi a prendere nelle mani il loro futuro difficilmente qualcuno lo farà al loro posto.

Se togli le eccezioni – di cui sto libro non parla – la maggioranza tace (“se si sa che parli all’esterno, il primo sbaglio che fai, paghi”). E questo non le fa onore, anche a fronte del disastro ambientale che il siderurgico riversa sulla città. Ad alzare la voce sono padri e mogli degli operai ammazzati. Una lotta per la giustizia condotta  con poca solidarietà, scontrandosi contro un muro di gomma: “Dì ai ragazzi che la vita di mio figlio vale un anno di carcere con pena sospesa. Anzi, dì loro che in galera, dai e dai, ci finirò io”. Una lotta che nasce fuori dalla fabbrica da chi ha trovato il coraggio dopo aver perso ciò che amava di più. Non nasce dall’interno,  non nasce prima che ci scappi il morto.

Mai un giovane lavoratore si lamenterà perché l’azienda infrange le regole, anzi: A disposizione – raccontano – c’è tutto quello che la legge prevede dal punto di vista della sicurezza personale: dal casco, alla tuta, ai guanti”.  Strana concezione della sicurezza: i dispositivi di protezione individuale – secondo le leggi e la scienza antinfortunistica – dovrebbero essere l’ultima precauzione da prendere, dopo aver agito sull’organizzazione del lavoro, sulla sicurezza intrinseca degli impianti, sulla salubrità degli ambienti.

Nulla di questo c’è all’ILVA: “I lavoratori dell’appalto sembrano gli ultimi degli ultimi, a volte vedo capisquadra che che approfittano di quelli delle ditte sottomettendoli. C’è chi lavorava con i jeans, chi ha indossato la tuta marrone. Con la polvere, di notte, è ancora più invisibile. Rischia di essere schiacciato da camion e auto…. Ora stanno lì: africani, indiani, turchi. Lavorano indossando quello che trovano: entrano nel forno, smantellano i refrattari, senza maschere. E’ venuta l’ASL, ha fatto i controlli. L’amianto è stato smantellato da un’azienda specializzata. Gli extracomunitari sono andati allo sbaraglio. Il forno è diventato una torre di babele ed è pericoloso, se non ci capiamo”.

“Io ogni giorno faccio cinque chilometri a piedi, con la polvere; certe volte mi esce il sangue dal naso perché la polvere nel naso si indurisce. … Arriviamo allo spogliatoio divorati dalla polvere, la polvere è come una estrema unzione.”

“Mi hanno impressionato i lavoratori sulle passerelle  a 90 metri di altezza. Vai giù e nemmeno ti accorgi che sei morto. … Agli ingegneri segnaliamo tutto. I carriponte sono pericolosi, rischiano di cadere con un peso di 50 tonnellate. Se cadono è una strage.…Chi si trova sul fronte del fuoco, o ad altezze così è più chiuso, non ha voglia di parlare. Mi sono trovato vicino alla ghisa liquida quando prende fuoco, una bomba che fa tremare tutto in un raggio di chilometri. Lo scoppio è improvviso, lo senti davvero nelle viscere. Ti stordisce, ti afferra, ti svuota” .

Le conseguenze di questa situazione si vedono, o meglio si contano: 45 infortuni mortali dal 1993, l’ultimo – Claudio Marsella – due giorni fa .Gli autori ricordano Silvio Murri, Paolo Franco, Pasquale D’Ettorre, Antonio Alagni, Gjoni Arjan, in rappresentanza di una lunga serie di lutti.

Come dicevo, il libro non parla di chi fra gli operai ha alzato la testa, di quelli come Massimo Battista, che insieme ad altri colleghi venne licenziato  il 7 luglio del 2005 per aver promosso uno  sciopero sulla mancanza di sicurezza. Nel 2007 il giudice ne dispose il reintegro, e da allora è stato confinato in una struttura lontana dallo stabilimento a “contare le barche che passano”. Massimo, assieme ad altri, ha dato vita al  “Comitato Cittadini e Lavoratori liberi e pensanti”, ridando dignità alla sua classe, rompendo il muro di silenzio per voltare pagina su un’altra storia. Potessi suggerire un titolo mi piacerebbe chiamarla: “VISIBILI: lottare per non morire all’ILVA di Taranto”.

Il libro: Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, Invisibili. Vivere e morire all’Ilva di Taranto, Edizioni Kurumuny, 2011, 111 p.