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Il cattolicesimo reale/10

cacciata_evaLa misoginia della Chiesa è un mare di veleno che ha intriso la nostra storia e la nostra società. Eccone alcune stille.

La donna impari in silenzio con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo, piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva e non fu Adamo ad essere ingannato, ma la donna che ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia” (Paolo di Tarso, Prima lettera a Timoteo, 65 DC).  Non so perché, ma più leggo Paolo di Tarso, più rivaluto Nerone che gli fece mozzare la testa. Continue reading Il cattolicesimo reale/10

L’altra resistenza

Quello che segue è un documento scritto da un gruppo di compagne per una lettura collettiva al Sacrario dei Partigiani di Bologna, lo scorso 14 ottobre.

 

NELLA: Subito dopo l’8 settembre, quando vidi le squadre dei tedeschi, mi ricordo che mi sentii tutto un rimescolio dentro e subito andai davanti a una caserma: un soldato mi diede la sua chiave di casa perché gli andassi a prendere degli abiti civili per scappare, e io glieli portai, io da sola, senza che nessuno mi dicesse niente. Ho preso allora la decisione.

LINA: E ci siamo anche sentite dire: «Ma voi non avete combattuto, non avete usato le armi!» Non abbiamo usato le armi, ma si combatte con tante armi: un manifesto, un giornale, uno scritto, anche una macchina da scrivere era un’arma [1].

La famiglia Baroncini

Tra i nomi che possiamo leggere sulle mura del monumento ai partigiani della Certosa ci sono quelli dei Baroncini – Benini: dell’intera famiglia (composta dal padre Adelchi, dalla madre Teresa, e dalle figlie Jole -nata nel 1917-, Lina -1923- e Nella -1925-), troviamo qui Adelchi, Teresa e Jole. Adelchi, operaio socialista e anticlericale, per tutto il periodo fascista, nonostante le difficoltà economiche, il licenziamento e le aggressioni, rifiuta di prendere la tessera del fascio. Per sottrarsi alle persecuzioni, la famiglia lascia Imola per trasferirsi a Bologna. Dopo l’8 settembre ‘43 i Baroncini entrano in contatto con i primi nuclei della Resistenza. Alle giovani sorelle viene affidato il compito di battere a macchina gli articoli per «L’Unità», «Noi donne», «La lotta» e di trasportare la stampa clandestina. Il 24 febbraio del ‘44, in seguito a una delazione, le SS arrestano l’intera famiglia. Adelchi e la secondogenita Lina, che si è addossata tutta la responsabilità, vengono interrogati e torturati per un mese al comando delle SS in viale Risorgimento (attuale facoltà di Ingegneria), senza mai tradire i compagni.

Jole Baroncini

Cominciarono gli interrogatori, giorno e notte. Un po’ mio padre, un po’ io, poi gli altri. Eravamo nelle cantine, isolati, e ci venivano a prendere poco alla volta. Dalle cantine dove eravamo, si sentiva chi venivano a prendere e chi ritornava. Una volta che mio padre lo torturarono per tutta la notte, e quello che gli fecero lo saprà soltanto lui, io ne so solo un pochino, e lo buttarono giù, a ruzzoloni, io lo sentii, mentre cadeva a ruzzoloni, e si lamentava: io ero nella cantina chiusa, non vedevo niente, però sentivo: la voce era alterata, non era la sua, ma io sapevo che era lui. E loro mi vennero ad aprire la cantina, mi presero e mi portarono davanti a lui […] loro credevano, chissà?, che io mi sarei inginocchiata, mi sarei messa a pregare. E invece io, purtroppo, rimasi non dico impassibile, ma immobile; purtroppo, perché sarebbe stato meglio se avessi potuto piangere. Però non riuscivo a piangere in quel periodo, e anche un pezzo dopo. Non dissi niente: ma, tanto, non potevo far niente. Loro dalla rabbia dissero: «Guarda, è proprio una comunista: non capisce niente, non sente niente, neanche il dolore!» […] [2].

Infine, dopo la detenzione a San Giovanni in Monte e nel campo di concentramento di Fossoli (Modena), a luglio Adelchi viene deportato a Mauthausen, mentre le donne della famiglia partono in agosto alla volta di Ravensbrück.

Ravensbrück: la resistenza continua!

Nel campo è maturata la mia coscienza, il campo è stata la mia università: si parlava di politica per non morire[3]

Ravensbrück, l’“inferno delle donne”, è il più grande campo di concentramento femminile della Germania nazista; vi vengono internate per la maggior parte deportate politiche, “triangoli rossi” [4]. Il numero delle internate cresce rapidamente, e con esso aumenta l’intollerabilità delle condizioni di vita delle prigioniere: dalle 867 del maggio ‘39 si giunge alle 45.000 presenze verso la fine della guerra. Durante questi sei anni a Ravensbrück vengono immatricolate 125.000 donne, di cui 95.000 non faranno mai ritorno a casa. 870 bambini vengono al mondo nel campo, in quindici circa sopravvivono all’internamento.

A partire dal 1941, le prigioniere vengono impiegate come schiave dall’industria tedesca, che, grazie a un vantaggioso accordo commerciale con le SS, può avvalersi di una manodopera quasi gratuita e totalmente priva di diritti. Le internate lavorano difatti 12 ore al giorno, con turni diurni e notturni, e il misero compenso per il loro lavoro viene intascato direttamente dalle SS. L’alleanza tra grande capitale tedesco e regime nazista emerge prepotentemente. Dal 1942, infatti, con la creazione dell’Ufficio centrale SS dell’economia e dell’amministrazione (SS-Wirtschafts-Verwaltungshauptamt), il fine precipuo dei campi diviene quello economico e la causa di morte per gran parte degli internati lo «sterminio per mezzo del lavoro»: i prigionieri divengono “Stück” (pezzi) da “noleggiare” all’industria. I “pezzi” durano in media 9 mesi, facendo incamerare alle SS un netto guadagno, rimpinguato dalla “utilizzazione razionale del cadavere”, e fornendo al contempo ai capitalisti del Terzo Reich un inesauribile bacino di schiavi. Quando i “pezzi” smettono di funzionare, infatti, sono inviati in “trasporto nero” alla camera a gas per essere immediatamente sostituiti dai nuovi arrivi.

Tariffa quotidiana di noleggio in media RM 6

Detrazione per vitto RM 0,60

Ammortizzazione vestiario RM 0,10

Durata media di vita 9 mesi = 270 x RM 5,30= RM 1431

Ricavato dall’utilizzazione razionale del cadavere: 1) oro dentario; 2) vestiario; 3) oggetti di valore; 4) denaro

Detratte le spese di cremazione RM 2

Guadagno netto medio RM 200

Guadagno totale dopo 9 mesi RM 1631

Da aggiungere il ricavato dall’utilizzazione delle ossa e delle ceneri [5].

Nel 1942 la Siemens trasferisce una filiale a ridosso del campo di Ravensbrück, usando come manodopera esclusivamente le internate. La prigioniera 44.140, Lidia Beccaria Rolfi, descrive il campo come Una città dormitorio che, nella sua feroce funzionalità alla produzione, ricorda, anche se in modo drammatico ed esasperato, le nostre città industriali[6].

Nonostante la capillarità e la ferocia dei processi di disumanizzazione del sistema concentrazionario, esiste a Ravensbrück un piccolo nucleo di direzione politica internazionale[7], di cui fanno parte note resistenti comuniste come Marie-Claude Vaillant-Couturier ed Hélène Langevin: tra le internate la resistenza continua, attraverso piccoli gesti quotidiani, una fitta rete di solidarietà, l’infrazione delle regole del campo, il sabotaggio della produzione, il furto, la diffusione di cultura[8], la scrittura, la creazione di piccoli manufatti e la semplice (ma, visto il contesto, ardua) cura di sé.  Gesti che, se scoperti, porterebbero alla morte immediata o a brutali pestaggi.

A Ravensbrück organizzare è sinonimo di rubare al sistema. […] Imparo che in campo si può rubare, ma solo al sistema [9].

Tra le italiane, la partigiana Maria Montuoro “Mara”, giunta in campo con le Baroncini, è tra le sabotatrici più tenaci. Lavora nel reparto peggiore di Siemens, a contatto con un acido tossico, ma non cerca di cambiare posizione, poiché lì ha la possibilità di lavorare sui condensatori dopo l’ultimo collaudo e dunque di sabotare metodicamente i pezzi, senza che possano più essere controllati. Ma “sabotaggio” nei lager è considerato anche aiutare le compagne a non morire. E di questa tipologia di sabotaggio, che non rappresenta certo un’eccezione, beneficiano, tra le altre, anche Nella Baroncini e la compagna Julka Deskovic[10], che più volte destinate ad un “trasporto nero”, vengono nascoste dalle internate che lavorano in infermeria. Le prigioniere che hanno mansioni mediche o rivestono ruoli burocratico-amministrativi, infatti, falsificano spesso carte e documenti per salvare da morte certa le loro compagne. Una forte rete di protezione si crea attorno alle “lapin”, le prigioniere su cui sono stati compiuti esperimenti medici, o attorno ai neonati, per cui il sistema non predispone alcuna forma di sopravvivenza.

Le sorelle Baroncini, dal canto loro, pur di non separarsi dalla madre, svolgono i lavori più duri. Si privano spesso dello scarso vitto per portarlo a quella tra loro che al momento è nelle condizioni peggiori. Iole riesce persino a ricamare e a inviare lettere a Nina -e in campo la scrittura è un reato a cui corrisponde la pena di morte -.

Teresa, consumata dall’internamento, muore nella baracca numero 8, il 26 gennaio 1945. Ancora una volta è la solidarietà tra prigioniere a permettere a Lina e Nella di entrare clandestinamente in infermeria e rivedere per l’ultima volta la madre. In marzo cade anche Iole, destinata ad un “trasporto nero”.

Un mese più tardi, il 30 aprile 1945, la 49° unità della 2° armata sovietica del fronte bielorusso libera Ravensbrück.

Il giorno della liberazione mi ricordo che stavo dormendo, come al solito sognavo che distribuivano invece che le rape dei porri bolliti, che erano un poco meglio delle rape. Sognavo qualche cosa del genere, sentivo del trambusto, poi mi sono svegliata e ho visto tutta questa gran confusione, ho visto che erano lì. Ormai alla liberazione eravamo rimaste soltanto noi dell’infermeria perché gli ultimi giorni avevano fatto partire tanti di quei trasporti, che non si poteva tenere aperta la finestra dalla puzza che veniva dal camino del forno crematorio. Le Cecoslovacche misero fuori degli stracci rossi, non so come avevano fatto a procurarseli. Ho capito che dicevano che c’erano i Russi alla porta, che era la liberazione. Il primo istinto naturalmente fu di venire giù dal letto, ho fatto due passi e sono caduta lunga distesa, perché proprio non ce la facevo più a stare in piedi. […] Qualcuna andò alla porta, di quelle che riuscivano ancora a girare, andarono alla porta e trovarono un russo, mi ricordo che aveva due gran baffoni, e lo fecero girare per queste baracche. Io ricordo la faccia, con due lacrimoni che gli venivano giù, ci guardava in faccia e scuoteva la testa […] [11].

«La liberazione è arrivata, e poi?»[12]

Mio marito delle volte diceva: <se tu non ti mettevi in certe cose nessuno veniva a prenderti>. Anche mio nipote una volta me l’ha detto: <te lo sei voluto, se stavi a casa a fare la calza…>. Come fa una a parlare ancora? Io mi sono limitata a dire: <come non capisci certe cose!> e lui: <la guerra è fatta per gli uomini, cosa c’entrate voi donne?> [13].

Il ritorno a casa non è semplice e non è sempre un ritorno alla normalità, agli affetti, a un mondo accogliente. Lina Baroncini alla liberazione pesa trentacinque chili e ha una pleurite bilaterale. Tornata finalmente a Bologna, ma in una casa ormai vuota, vedrà il ritorno solo di sua sorella Nella. Anche papà Adelchi è morto, nel gennaio ’45, al Castello di Hartheim.

ho continuato a sognare mia sorella Iole che tornava e si presentava alla porta, per anni e anni e anni. […] E poi, quando tornai a casa, mi pareva di sognare di giorno e di essere sveglia di notte: cioè di notte io sognavo la famiglia, sognavo la casa, sognavo quello che era una volta [14].

La situazione è particolarmente difficile per le “politiche”. Lina, durante il ritorno in Italia, viene segnalata negli elenchi dei deportati come “civile”. Protesta, dicendo di essere una “politica” e si sente rispondere: «Ma come? Una donna, politica? Non esiste! Non si può!» [15]. Una volta tornate a casa, non saranno in pochi a misconoscere il loro ruolo di donne nella resistenza: «Ma era vostro padre che era partigiano, non voi!»[16].

Le donne “triangolo rosso” trovano in patria un atteggiamento di diffidenza e vergogna. A differenza delle deportate per motivi religiosi, agli occhi di molti, queste donne sono “colpevoli” di aver abbandonato la casa per la politica, in ultima istanza di essersela cercata. La deportazione femminile viene inoltre ammantata di significati ambigui: è diffusa l’idea che essa coincida con la violazione sessuale, con la perdita della rispettabilità. Elsa Levi, tornata dal campo, tronca la relazione con il suo fidanzato perché lui le dice <tu sei viva perché sei andata a dormire con un tedesco>[17]. Dora Venezia, giunta in Italia, si rivolge al prete incaricato dello smistamento dei deportati. Questi, notata la sua pancia, gonfia per la denutrizione, la liquida dicendole: <Tu vai da quello che ti ha messa incinta…!>[18].

Lidia Beccaria Rolfi

Lidia Beccaria Rolfi, tornata alla sua Mondovì, viene rimproverata da sua madre: “Prima vai coi partigiani, poi in Germania… Sei lo scandalo della famiglia… Pensa un po’ al tuo avvenire e vai a confessarti [….][19].

Quella cominciata come partigiane, e continuata, in forma ancor più dura, nei campi di concentramento, resta lungamente, anche per le deportate politiche, una resistenza doppiamente taciuta, doppiamente inascoltata. Ed è anche per questo che abbiamo voluto ricordarla qui, oggi, dove riposano idealmente alcune delle sue protagoniste.


[1] Testimonianza di Lina e Nella  Baroncini in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, Einaudi, Torino 1978, pp. 281-282

[2] Testimonianza di Lina Baroncini in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit. , p. 243

[3] Lidia Beccaria Rolfi in B. Maida, Non si è mai ex deportati. Una biografia di Lidia Beccaria Rolfi, Utet. Torino. 2008, p. 124

[4] Il sistema di identificazione dei prigionieri nei campi di concentramento nazisti si basava su simboli di stoffa cuciti sulle divise. Il triangolo rosso identificava i prigionieri politici.

[5] Calcolo del reddito derivante dallo sfruttamento dei detenuti nei campi di concentramento, effettuato dalle SS, in R. Schnabel, Il disonore dell’uomo. Documenti sulle SS, Lerici, Milano 1961, p. 98

[6] Testimonianza di Lidia Beccaria Rolfi in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit., p. 25

[7] Cfr. tra gli altri T. Noce, Rivoluzionaria professionale, La Pietra, Milano 1974.

[8] La deportata francese Monique Nosley parlerà del lager come università, per lo straordinario scambio culturale tra le prigioniere, per cui resistere significava anche sforzarsi di ricordare le poesie imparate a scuola per comunicarle alle compagne, o ritagliarsi del tempo per discutere di politica, di lotte sindacali.

[9] Testimonianza di Lidia Beccaria Rolfi in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit., pp. 49, 94

[10] Julka, partigiana slava che milita anche nelle fila della Resistenza italiana, il giorno di natale del 1944 partorisce, a Ravensbrück, una bambina di nome Slobodenka (che in croato significa “libera”), concepita durante la Resistenza con il comunista Renato Giachetti. La piccola Slobodenka morirà nella prima metà di Febbraio, Julka vedrà la liberazione del campo, ma morirà poco dopo, nonostante la sollecitudine delle compagne.

[11] Testimonianza di Nella Baroncini, http://www.testimonianzedailager.rai.it/testimoni/pdf/test_39.pdf

[12] Testimonianza di Nella Baroncini in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit., p. 273

[13] Testimonianza di Margherita Bergesio, http://travasamento.altervista.org/donne-al-ritorno

[14] Testimonianza di Nella Baroncini in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit., p. 279.

[15] Testimonianza di Lina Baroncini, ivi, pp. 276-277

[16] Testimonianza di Lina Baroncini, ivi, p. 281

[17] Testimonianza di Elsa Levi, http://travasamento.altervista.org/donne-al-ritorno

[18] Testimonianza di Dora Venezia, in M. Baiardi, Aspetti della memorialistica femminile della deportazione, http://www.bobbato.it/fileadmin/grpmnt/1133/baiardi_-_aspetti_memorialisticapdf.pdf

[19] L. Beccaria Rolfi, L’esile filo della memoria. Ravensbrück 1945: un drammatico ritorno alla libertà, Torino, Einaudi, 1996, p. 133

… e venne il 26 aprile

Quello che segue è un documento scritto da un gruppo di compagne per una lettura collettiva al Sacrario dei Partigiani di Bologna, lo scorso 14 ottobre.

RIFLESSIONI SUL CONTRIBUTO DELLA RESISTENZA ALLA CONDIZIONE FEMMINILE

 

Tina Lorenzoni

A Firenze ci fu per esempio una ragazza di nome Tina Lorenzoni. Aveva 25 anni. La formazione alla quale apparteneva si era già dislocata, in parte, nell’Oltrarno. I tedeschi e i repubblichini controllavano con ogni mezzo le rive del fiume. C’erano però altri partigiani organizzati clandestinamente. Per ben tre volte Tina riuscì ad attraversare le linee per assicurare il collegamento tra i resistenti. Venne presa e messa in prigione: tentò di fuggire, venne ripresa, fucilata. La motivazione della medaglia d’oro che anni dopo le fu conferita, dice di lei: “Angelo consolatore tra i feriti”. Tutta quella spericolatezza, tutto quel coraggio, umiliate da un qualche funzionario addetto alla scrittura, che non conosceva le parole da pronunciare per definire una persona come Tina” [1]. Questo è quanto offre in gran parte la memorialistica, nel rendere omaggio commosso a qualche icona femminile protagonista nella storia della Resistenza.

Irma Bandiera

In ambito storiografico le cose non vanno molto meglio: bisognerà attendere gli anni settanta, quando la pubblicazione di alcuni testi[2] darà conto di una ricostruzione più attenta della partecipazione delle donne, per sgomberare il campo da retaggi culturali che obbligano le donne in posizione di subalternità anche quando, armi in mano, pareggiano il conto tra il bisogno di liberarsi dal nazi-fascismo e quello di rivendicare la libertà di donna. Fino ad allora la storiografia ufficiale continua a proporre la formula del “prezioso contributo femminile”  nell’accezione della convergenza temporanea e non del “fare” la Resistenza, “far parte” integrante di una lotta. Poi si aggiunge lo stereotipo che considera le donne inconciliabili con le armi e con la politica. La partigiana ideale è la protagonista di L’Agnese va a morire: informe, materna, non sospetta.

“Alla cuneese Tersilla Fenoglio […] tocca l’onere di citare un tema spinoso: preoccupati di non dare un’immagine promiscua della Resistenza, i garibaldini piemontesi proibiscono alle loro compagne di partecipare al corteo della liberazione e lei con altre compagne combattenti si ritrova ad assistere dal bordo della strada […] [3]

Gabriella Degli Esposti

Sicuramente è esiguo il numero di donne che hanno avuto un ruolo militare nelle organizzazioni, criterio fondamentale nelle gerarchie dei valori necessari al riconoscimento della medaglia al partigiano; motivo per cui poche donne vengono insignite di medaglia. Poche le donne che hanno organizzato, diretto e partecipato alla battaglia, tante le donne specializzate in sequestri e scambi di prigionieri tra tedeschi e partigiani; migliaia le donne che si occupano di informazione e collegamenti, di stampa e propaganda, del trasporto di armi e munizioni, di attivare reti di assistenza nelle case e negli ospedali, di promuovere scioperi, manifestazioni contro il carovita, assalti a magazzini di viveri. È un insieme di compiti essenziali sia per lo sviluppo stesso della lotta armata che per la tutela materiale della comunità; ed è molto di più di quanto lasci intravedere il termine miniaturizzante di “staffetta”.

Clorinda Menguzzato

“un giorno alcune SS di servizio ad un blocco di una strada di campagna fermano una ragazza romana che ha una grossa borsa sul manubrio della bicicletta: le chiedono in modo brusco:<roba da mangiare?> <no bombe> risponde lei, e i tedeschi trovano la risposta spiritosa e non controllano oltre. Il giorno dopo quelle bombe faranno saltare in aria un loro convoglio [4].

Il lavoro invisibile delle donne garantisce una presenza costante, ricca di dedizione e di sacrificio, spesso silenziosa, di quella organizzazione che viene chiamata “base”, con un termine geometrico che non dovrebbe portare però una valutazione politica diminutiva; e questo anche alla luce del fatto che rimanendo sul territorio della quotidianità (nei CLN aziendali e rionali, nei comitati di agitazione, nelle fabbriche), il rischio di esposizione alla repressione, la più dura, è senza dubbio altissimo.

“La più eroica battaglia contro la fame, la combattono le donne di Carrara: esse hanno salvato una prima volta la città quando il comando tedesco ne ha ordinato l’evacuazione in massa entro due giorni, per raderla al suolo: le donne si sono ribellate all’ordine spietato ed hanno costretto il comando germanico atterrito dall’insurrezione, a revocare l’ordine di sgombero; ma la vera grande battaglia è quella combattuta per il sale e la farina. Per 19 mesi le donne della città traggono il sale dal mare facendo bollire clandestinamente l’acqua marina sacrificando le pinete in questa lunga e interminabile evaporazione, poi col loro carico di sale si arrampicano su per gli impervi sentieri delle Apuane andando in Garfagnana in cerca di viveri, calandosi giù dai paesi dell’Appennino per la Cisa o il Cerreto fino in Emilia, per tornare una o due settimane dopo, sfinite sanguinanti dimagrite, con il loro carico di farina per la famiglia, a volte lasciandosi alle spalle qualche compagna vittima di un mitragliamento aereo o dello sfinimento. Straordinaria fila di formiche che riescono a garantire il pane a una città- che anche per questa loro lotta venne decorata con la medaglia d’oro “[5].

Ancilla Marighetti

Le donne vivono sulla propria pelle il peso della fame, della sofferenza, dell’ingiustizia per sé e per tutta la famiglia, di cui hanno il carico; pian piano maturerà una coscienza, una voglia di protagonismo nel pensare e organizzare un mondo più ampio della casa alla quale sono state relegate. È così che vengono portate in massa a partecipare alla Resistenza e tra di esse tante si distingueranno per il loro eroismo. Impossibile ricordarle tutte: le bolognesi Irma Pedrelli e Ada Zucchelli, fucilate dopo lunghe sevizie, Ancilla Marighetti e Clorinda Menguzzato, morte sotto la tortura (e a una di loro, ostinata nel suo silenzio, viene persino strappata la lingua)… È così che presto, accanto alle informatrici, alle infermiere, alle raccoglitrici di viveri e indumenti, scendono in campo le combattenti. I Gruppi di Difesa della Donna organizzano le volontarie per la libertà, donne che sparano, dapprima membri dei Gap – squadre di azione in città -, poi anche combattenti sui monti.

Ines Bedeschi

Un’altra giovane racconterà: «Quel giorno (29 Settembre) andavo a far la fila per l’acqua quando cominciarono a sparare. Gettai il recipiente e corsi verso un giovane che stava a terra con gli occhi chiusi. Gli presi il fucile e mi misi anch’io a sparare all’angolo di Corso Garibaldi, ho sparato per più di due ore, volevo ucciderli tutti, era stato un anno di tormenti, di bombe, di fame, di sete e così quel giorno mi prese una grande furia. Avevo 17 anni, non mi occupavo di politica ma sapevo bene che cosa erano i fascisti e i tedeschi contro i quali ho sparato a Porta Capuana »[6] .

« La ribellione nasce dalla consapevolezza che il fascismo significa una guerra dietro l’altra e che i dieci anni di guerra nelle quali è stata precipitata l’Italia sono il frutto della pesante lotta di classe condotta contro i lavoratori. […] nel nuovo ciclo di armamenti, e di espansione economico territoriale, che si era riaperto all’orizzonte, la politica fascista aveva dato sufficienti garanzie e vantaggi all’alto capitale: Volpi, Agnelli, Pirelli, Marinotti facevano affidamento su Mussolini e Ciano. Oggettivamente nè la spirale bellica nè quella autarchica potevano essere interrotte, e spingevano in un’unica direzione. Mentre l’alto capitale traeva i suoi vantaggi dalla guerra, alla quale del resto l’intellettuale offriva spesso i suoi grani d’incenso, l’operaia comnciava a conoscerne i risvolti »[7].

[…] a Spilamberto, le operaie della Sipe scioperano per aumenti salariali, e la lotta appare subito durissima: ai fermi e agli arresti, si accompagnano 122 licenziamenti e 224 sospensioni. Di lì a qualche mese l’operaia Barbolini, alla ceramica Marazzi, prende in pubblico la parola, durante un’agitazione contro le multe, presentando le rivendicazioni delle compagne. A Carpi, le operaie della fabbrica Menotti sospendono il lavoro chiedendo aumenti salariali, mentre quattro di loro, denunciate e condannate a tre mesi per direttissima, ottengono la condizionale, ma vengono licenziate in tronco (una di loro, Laura Solieri, ha quattro figli) [8].

Iris Versari

Questi non sono che esempi scelti a caso tra le tante lotte che vedranno la loro massima espressione negli scioperi del ‘43. Il Fascismo, infatti, attua una politica «femminile» di duro sfruttamento e discriminazione: il lavoro delle donne è relegato agli ambiti più umili e subalterni; i loro salari sono inferiori del 50% rispetto a quelli maschili, secondo le leggi corporative fasciste (in realtà oscillavano addirittura fra il 33% e il 45%, a parità di mansioni); dopo il 1929 una serie di decreti estromette le donne dai lavori amministrativi e dalle professioni, imponendo che il loro numero non superi la quota del 10%; si ostacola per legge l’accesso all’istruzione superiore; le donne coprono i buchi di un’economia in crisi, lavorano a domicilio in forme precarie e marginali, suppliscono alle carenze di servizi e dovranno poi piegarsi ai «sacrifici» imposti dallo «sforzo bellico».

Dall’altra parte però s’impone la mitologia reazionaria per cui la «donna-madre» non deve lavorare (era questa la teoria ufficiale del Fascismo e la tradizionale posizione della Chiesa cattolica espressa da papa Pio XI: «il lavoro è una corruzione dell’indole muliebre e della dignità materna, perversione di tutta la famiglia»). Proprio lo scollamento tra immagine materna idealizzata e dura realtà sociale è destinato a generare via via una conflittualità repressa che si esprime nella sottrazione alle richieste del regime e sfocia nella partecipazione di massa delle donne alla lotta partigiana. Richiamate al lavoro «per il bene della patria», al posto degli uomini in guerra, operaie e impiegate cominciano a riflettere e a parlare fra loro, non più isolate fra le mura domestiche, né zittite dai propri mariti. Partecipano e animano i grandi scioperi industriali del ‘43 e ’44 nel Nord Italia e molte di esse danno sostegno o partecipano in prima persona alla lotta armata partigiana.

All’indomani della cacciata del nazi-fascismo molti avanzamenti importanti si sono compiuti, ma pur sempre verso un processo di adeguamento al modello di produzione e di modernizzazione che il capitale si appresta a promuovere. I nazi-fascisti non sono più al comando: ma i Volpi, gli Agnelli, i Pirelli sono al loro solito posto. La richiesta di una società socialista, senza classi, senza sfruttamento e di un radicale mutamento di tutti i rapporti sociali compreso il rapporto tra i sessi, viene ampiamente tradita.

Per i partiti che concorrono, come il PCI che ha ormai abbandonato l’idea di rivoluzione, alla costruzione di nuovi equilibri di governo, alla ricostruzione e alla stabilità sociale come la borghesia comanda, non resta che domare le masse di pressione che tra contentini e repressione entrano a far parte delle nuove e moderne sacche elettorali.

Non sorprende quindi che, all’indomani della Liberazione, i principali partiti politici cerchino di inquadrare la vasta spinta delle donne costituendo “sezioni femminili”, per recuperarla nei quadri gerarchici della politica istituzionale. Promuovendo la “parità” e “l’emancipazione” femminile i partiti cercano di riportare l’azione politica delle donne in un quadro normalizzato e subalterno a una dirigenza e a valori politici interamente maschili.

Ai piedi del muro, anche tante donne sono cadute. Per chi è giunto alla liberazione, dopo vent’anni di tirannide, nel sole dell’Aprile si apre una strada che appare radiosa. I più, nella gioia di questi giorni, non si rendono conto che la realtà è quella che indica, ammonitrice, quell’appello alle donne: <la vera battaglia incomincia oggi ed è battaglia contro ogni oppressione politica e ogni oppressione sociale>. E non è detto che sia una battaglia più facile della lotta  armata appena conclusa [9].

Renato Guttuso – Morte di Maria Margotti

Lo avevano compreso le compagne partigiane e lo compresero anche le tante donne che nel dopoguerra presero in mano il loro destino con le lotte operaie e contadine. Proponiamo una testimonianza dello sciopero delle mondine del 1949 nelle campagne emiliane. Le condizioni di lavoro di queste donne sono tra le più dure che esistano sul territorio nazionale. Lo sciopero rischia di far saltare l’intera produzione perché viene bloccata la raccolta; gli agrari corrono ai ripari recuperando flotte di braccianti affamate, da altre regioni d’Italia. Nonostante i tentativi di contrapporle le une alle altre, le mondine locali e le straniere procedono, di comune accordo, nella protesta dura e decisa: “se il grande sciopero sarà vittorioso avremo un contratto di lavoro per tutte”. Molte delle braccianti straniere decidono di tornarsene a casa senza una lira e neanche un sacchetto di riso, ma con la coscienza acquisita che è necessario lottare tutte insieme per scuotere dalle fondamenta il potere degli agrari.

Le donne ottengono un contratto di lavoro, ancora insoddisfacente e con una remunerazione sempre inferiore rispetto a quella degli uomini (su 700 lire al giorno, le donne riscuotono 200/300 lire in meno). Per giungere a questo risultato, che è salutato con gioia anche se parziale e insoddisfacente, hanno duramente lottato e sofferto: una donna è stata uccisa da un carabiniere chiamato a difendere gli interessi dei padroni.

[…] è l’anno 1943 […] Maria collabora con i partigiani, incurante del fatto che ha due figlie piccole da accudire e che le rappresaglie e le fucilazioni si moltiplicano. Finalmente il 1945, la vittoria sul fascismo e sul nazismo, la pace. […] anche a Filo d’Argenta, come in ogni paese e in ogni città d’Italia, si comincia a ricostruire dalle rovine. Rinascono, con la speranza di progresso civile, le istituzioni democratiche del mondo contadino: il collettivo agricolo, le cooperative, strumenti di difesa sindacale e di emancipazione delle masse braccianti. Le donne come Maria non rimangono estranee a questo fervore di progetto e di discussioni: in numerosi convegni e riunioni parlano anche delle vecchie ingiustizie, dell’inferiorità in cui è tenuta la donna nel lavoro e in casa, dei contratti che per una uguale attività applicano tariffe diverse per gli uomini e per le donne, della necessità che anche le contadine possano beneficiare di alcune garanzie sociali per la loro vita e la vita dei figli. […] Maggio 1949, la lotta raggiunge il culmine con il grande sciopero bracciantile. […] 16 Maggio la polizia giunge a reprimere le manifestazioni in maniera particolarmente violenta: le donne vengono disperse a colpi di mitra, inseguite e malmenate. A Molinella 52 di esse sono ferite, 638 bastonate e 49 arrestate. Il 17 viene organizzata una manifestazione di protesta […] Maria è sul ciglio della strada, insieme ad altri e discute animatamente.  All’improvviso arrivano camion e jeep carichi di armati. Un carabiniere in motocicletta passa veloce, intima a tutti di sciogliersi e, senza nemmeno aspettare di vedere se il suo ordine viene eseguito, spara con il mitra uccidendo sul colpo Maria Margotti [10].


[1] M. Ombra, Libere sempre. Una ragazza della Resistenza a una ragazza di oggi, Einaudi, Torino 2012, p. 46

[2] In particolar modo La resistenza taciuta (1976), a cura di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, e Compagne (1977) di Bianca Guidetti Serra

[3] A. M. Bruzzone – R. Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. XII

[4] G. Dal Pozzo – E. Rava, Le donne nella storia d’Italia, vol. II, Teti, Milano 1969, p. 602

[5] Ivi, p. 599

[6] Ivi, p. 597

[7] F. Pieroni Bortolotti, Le donne della resistenza antifascista e la questione femminile in Emilia Romagna: 1943-45, Vangelista, Milano 1978

[8] Ivi

[9] G. Dal Pozzo – E. Rava, Le donne nella storia d’Italia, op. cit., p. 608

[10] Ivi, p. 697

Battuta di caccia

Vera Nikolaevna Tretiakova (1895-1937). Bilal la definisce “una delle figure più sublimi della rivoluzione russa”, di primo piano nella politica familiare (abolizione del matrimonio ) e culturale. Visse davvero e davvero morì nelle purghe staliniane. La sua opera principale “Psicoanalisi e materialismo dialettico” sparì, dopo il ’37, dalle biblioteche dell’URSS.
Ora, è mai possibile che l’unico ricordo di questa donna sia in un fumetto di Bilal ?

Il libro: Pierre Christin, Enki Bilal, Battuta di caccia, Alessandro Editore, 2000, 96 p.

Legami di sangue

Questo libro è bellissimo. Se non lo leggete peggio per voi!

Dana, una giovane scrittrice afroamericana, viene risucchiata nel passato. Risale di due secoli il suo albero genealogico, catapultata a più riprese in piena società schiavista. E’ priva degli strumenti che hanno permesso ai suoi antenati di sopravvivere, deve affrontare l’incubo con le conoscenze del 20° secolo.
Vivrà la contraddizione di vegliare sui suoi progenitori, schiavi e schiavisti, vittime e stupratori.

Il libro: Octavia Butler, Legami di sangue, Le lettere, 2005, 343 p.

La fabbricante di vedove

La guerra finisce e gli uomini ritornano al paese, come se nulla fosse cambiato. Di nuovo comandano e di nuovo pretendono da donne che, durante anni di assenza, hanno sperimentato la loro inutilità. A Ladany, piccolo villaggio agricolo ungherese, mogli e figlie finiscono il lavoro lasciato in sospeso dalla prima guerra mondiale, accoppandoli con l’arsenico. Bello spaccato sui rapporti di classe e di genere.

PS è una storia vera.

Il libro: Maria Fagyas, La fabbricante di vedove, Rizzoli, 1988.

Ipazia muore

Forse per scrivere di Ipazia ci sarebbe voluta Christa Wolf, con una narrazione in prima persona, le emozioni e i pensieri in presa diretta.
Sono comunque grata all’autrice del libro e al regista Amenabar per aver puntato i riflettori verso una storia su cui gli apologeti delle “nostre radici cristiane” glissano assai. Ne riporto solo alcuni aspetti:
– 400 D.C. (circa) : devastazione del Museo di Alessandria, la più grande biblioteca del mondo antico. Oltre 1500 anni prima dei nazisti, anche gli integralisti cristiani amavano bruciare le biblioteche altrui. Annientare le altre culture, distruggerne il ricordo, per poter ricostruire la storia e la conoscenza in base alla propria narrazione del mondo. E’ un atto che anticipa degnamente la nascita del medio evo, quando la trascrizione dei libri in Europa diverrà monopolio della Chiesa, spostando l’opera di selezione e censura nel chiuso dei monasteri.
– 415 D.C.: Ipazia muore trucidata. La milizia cristiana brucia gli strumenti di sua invenzione e le sue opere, compresi i calcoli che dimostrano la validità dell’eliocentrismo ipotizzando per la prima volta il moto terrestre secondo l’orbita ellittica. BISOGNERÀ ASPETTARE PIÙ DI MILLE ANNI PER LA RIVOLUZIONE COPERNICANA.
– I pogrom contro gli ebrei sono di antica tradizione.
– Dopo qualche secolo di sofferenze, i cristiani perseguitati diventano persecutori. Non saranno gli ultimi a subire tale evoluzione.
C’è un altro aspetto che si intravede nel libro, ma emerge soprattutto nel film di Amenabar: il forte contenuto di classe del messaggio cristiano, che ne spiega il suo dilagare fra schiavi e plebei. Amenabar ne da un immagine forte: lo schiavo che distribuisce agli affamati il pane del padrone, e che scopre con stupore che ciò è possibile.
E’ odio di classe quello che si riversa sugli “elleni”, la vecchia classe dirigente pagana, colta e possidente; odio di classe sapientemente incanalato dalle gerarchie ecclesiali a proprio uso e consumo.
Interessante la maligna figura del vescovo Cirillo, con la sua abilità demagogica e di comunicatore di massa. Interessante l’uso di un messaggio egualitario ai fini della la costruzione di un nuovo ordine gerarchico.

Il libro: Maria Moneti Codignola, Ipazia muore, La Tartaruga, 2010, 220 p.

 

Inés dell’anima mia

La Allende ha un problema: deve far quadrare i conti di un’identità latinoamericana che sia applicabile all’eterogea progenie dei conquistatori e dei conquistati, degli schiavisti e degli schiavi, dei carnefici e delle vittime.   Per questo sceglie spesso di curarsi di personaggi femminili lontani dai due estremi: conquistatrici dal cuore pietoso, fedeli servitrici indie, principesse inca sposate agli spagnoli.   La protagonista racconta in presa diretta (in forma di autobiografia) il suo vissuto, dove gli orrori dell’invasione spagnola vengono citati come sfondo/contesto spiacevole, ma non come tragica esperienza emotiva.   La più grande tragedia di Ines (l’abbandono da parte di Pedro de Valdivia) fa piuttosto ridere a confronto dei massacri e degli stupri riservati alle donne delle popolazioni conquistate.   Insomma non è una storia dalla parte degli ultimi.   Dopo di chè è scritto bene, è una specie di telenovela su carta che scorre anche piacevolmente.   Grande la figura di Lautaro.

Il libro: Isabel Allende, Elena Liverani (traduttrice), Inés dell’anima mia, Feltrinelli, 2008, 326 p.

Nahui

Stavo quasi per cestinarlo, confinandolo – assieme a “Viva la vida”- nella categoria “Libri pallosi su donne eccezionali”. Intanto non ho ben capito se è un libro su Nahui o sui suoi uomini . Vabbè che la ragazza aveva attorno maschietti puttosto ingombranti, ma da questa biografia ne esce una vita eccessivamente determinata dai rapporti con padre/marito/amanti. Non ne emerge più di tanto la statura artistica come poetessa, pittrice e compositrice, o l’impatto dell’immagine del suo corpo nudo contro le convenzioni sociali degli anni ’20.  Avrei evitato volentieri di conoscere tutti i dettagli delle prodezze erotiche del Dott. Atl e il fumettone da collezione Harmony col bel capitano. Mi sarebbe piaciuto, invece, respirare di più l’atmosfera di quel periodo e soprattutto la sua dimensione politica: dopo l’assassinio di  Zapata e Villa, con al governo chi – a suo tempo – li aveva combattuti, si viveva un clima contraddittorio che metteva insieme l’anticlericalismo viscerale e il riavvicinamento agli USA, il riconoscimento dei sindacati e una riforma agraria troppo timida per soddisfare la moltitudine dei senza terra. E c’erano quegli artisti che non passavano il tempo solo a scopare, ma fondavano partiti e sindacati, scrivevano su riviste militanti, marciavano nei cortei, denunciavano la rivoluzione incompiuta. E c’era ancora un sacco di gente che lottava perché quella rivoluzione voleva compierla.  Salvo questo libro per un paio di dettagli, per l’incontro muto fra Nahui e Tina, due vite diversissime di fronte allo stesso fallimento, e per quel senso di sgomento, di vuoto, di infinita tristezza che ho provato davanti ad un lenzuolo dipinto.

Il libro, Pino Cacucci, Nahui, Feltrinelli, 2005, 234 p.