L’altra resistenza

Quello che segue è un documento scritto da un gruppo di compagne per una lettura collettiva al Sacrario dei Partigiani di Bologna, lo scorso 14 ottobre.

 

NELLA: Subito dopo l’8 settembre, quando vidi le squadre dei tedeschi, mi ricordo che mi sentii tutto un rimescolio dentro e subito andai davanti a una caserma: un soldato mi diede la sua chiave di casa perché gli andassi a prendere degli abiti civili per scappare, e io glieli portai, io da sola, senza che nessuno mi dicesse niente. Ho preso allora la decisione.

LINA: E ci siamo anche sentite dire: «Ma voi non avete combattuto, non avete usato le armi!» Non abbiamo usato le armi, ma si combatte con tante armi: un manifesto, un giornale, uno scritto, anche una macchina da scrivere era un’arma [1].

La famiglia Baroncini

Tra i nomi che possiamo leggere sulle mura del monumento ai partigiani della Certosa ci sono quelli dei Baroncini – Benini: dell’intera famiglia (composta dal padre Adelchi, dalla madre Teresa, e dalle figlie Jole -nata nel 1917-, Lina -1923- e Nella -1925-), troviamo qui Adelchi, Teresa e Jole. Adelchi, operaio socialista e anticlericale, per tutto il periodo fascista, nonostante le difficoltà economiche, il licenziamento e le aggressioni, rifiuta di prendere la tessera del fascio. Per sottrarsi alle persecuzioni, la famiglia lascia Imola per trasferirsi a Bologna. Dopo l’8 settembre ‘43 i Baroncini entrano in contatto con i primi nuclei della Resistenza. Alle giovani sorelle viene affidato il compito di battere a macchina gli articoli per «L’Unità», «Noi donne», «La lotta» e di trasportare la stampa clandestina. Il 24 febbraio del ‘44, in seguito a una delazione, le SS arrestano l’intera famiglia. Adelchi e la secondogenita Lina, che si è addossata tutta la responsabilità, vengono interrogati e torturati per un mese al comando delle SS in viale Risorgimento (attuale facoltà di Ingegneria), senza mai tradire i compagni.

Jole Baroncini

Cominciarono gli interrogatori, giorno e notte. Un po’ mio padre, un po’ io, poi gli altri. Eravamo nelle cantine, isolati, e ci venivano a prendere poco alla volta. Dalle cantine dove eravamo, si sentiva chi venivano a prendere e chi ritornava. Una volta che mio padre lo torturarono per tutta la notte, e quello che gli fecero lo saprà soltanto lui, io ne so solo un pochino, e lo buttarono giù, a ruzzoloni, io lo sentii, mentre cadeva a ruzzoloni, e si lamentava: io ero nella cantina chiusa, non vedevo niente, però sentivo: la voce era alterata, non era la sua, ma io sapevo che era lui. E loro mi vennero ad aprire la cantina, mi presero e mi portarono davanti a lui […] loro credevano, chissà?, che io mi sarei inginocchiata, mi sarei messa a pregare. E invece io, purtroppo, rimasi non dico impassibile, ma immobile; purtroppo, perché sarebbe stato meglio se avessi potuto piangere. Però non riuscivo a piangere in quel periodo, e anche un pezzo dopo. Non dissi niente: ma, tanto, non potevo far niente. Loro dalla rabbia dissero: «Guarda, è proprio una comunista: non capisce niente, non sente niente, neanche il dolore!» […] [2].

Infine, dopo la detenzione a San Giovanni in Monte e nel campo di concentramento di Fossoli (Modena), a luglio Adelchi viene deportato a Mauthausen, mentre le donne della famiglia partono in agosto alla volta di Ravensbrück.

Ravensbrück: la resistenza continua!

Nel campo è maturata la mia coscienza, il campo è stata la mia università: si parlava di politica per non morire[3]

Ravensbrück, l’“inferno delle donne”, è il più grande campo di concentramento femminile della Germania nazista; vi vengono internate per la maggior parte deportate politiche, “triangoli rossi” [4]. Il numero delle internate cresce rapidamente, e con esso aumenta l’intollerabilità delle condizioni di vita delle prigioniere: dalle 867 del maggio ‘39 si giunge alle 45.000 presenze verso la fine della guerra. Durante questi sei anni a Ravensbrück vengono immatricolate 125.000 donne, di cui 95.000 non faranno mai ritorno a casa. 870 bambini vengono al mondo nel campo, in quindici circa sopravvivono all’internamento.

A partire dal 1941, le prigioniere vengono impiegate come schiave dall’industria tedesca, che, grazie a un vantaggioso accordo commerciale con le SS, può avvalersi di una manodopera quasi gratuita e totalmente priva di diritti. Le internate lavorano difatti 12 ore al giorno, con turni diurni e notturni, e il misero compenso per il loro lavoro viene intascato direttamente dalle SS. L’alleanza tra grande capitale tedesco e regime nazista emerge prepotentemente. Dal 1942, infatti, con la creazione dell’Ufficio centrale SS dell’economia e dell’amministrazione (SS-Wirtschafts-Verwaltungshauptamt), il fine precipuo dei campi diviene quello economico e la causa di morte per gran parte degli internati lo «sterminio per mezzo del lavoro»: i prigionieri divengono “Stück” (pezzi) da “noleggiare” all’industria. I “pezzi” durano in media 9 mesi, facendo incamerare alle SS un netto guadagno, rimpinguato dalla “utilizzazione razionale del cadavere”, e fornendo al contempo ai capitalisti del Terzo Reich un inesauribile bacino di schiavi. Quando i “pezzi” smettono di funzionare, infatti, sono inviati in “trasporto nero” alla camera a gas per essere immediatamente sostituiti dai nuovi arrivi.

Tariffa quotidiana di noleggio in media RM 6

Detrazione per vitto RM 0,60

Ammortizzazione vestiario RM 0,10

Durata media di vita 9 mesi = 270 x RM 5,30= RM 1431

Ricavato dall’utilizzazione razionale del cadavere: 1) oro dentario; 2) vestiario; 3) oggetti di valore; 4) denaro

Detratte le spese di cremazione RM 2

Guadagno netto medio RM 200

Guadagno totale dopo 9 mesi RM 1631

Da aggiungere il ricavato dall’utilizzazione delle ossa e delle ceneri [5].

Nel 1942 la Siemens trasferisce una filiale a ridosso del campo di Ravensbrück, usando come manodopera esclusivamente le internate. La prigioniera 44.140, Lidia Beccaria Rolfi, descrive il campo come Una città dormitorio che, nella sua feroce funzionalità alla produzione, ricorda, anche se in modo drammatico ed esasperato, le nostre città industriali[6].

Nonostante la capillarità e la ferocia dei processi di disumanizzazione del sistema concentrazionario, esiste a Ravensbrück un piccolo nucleo di direzione politica internazionale[7], di cui fanno parte note resistenti comuniste come Marie-Claude Vaillant-Couturier ed Hélène Langevin: tra le internate la resistenza continua, attraverso piccoli gesti quotidiani, una fitta rete di solidarietà, l’infrazione delle regole del campo, il sabotaggio della produzione, il furto, la diffusione di cultura[8], la scrittura, la creazione di piccoli manufatti e la semplice (ma, visto il contesto, ardua) cura di sé.  Gesti che, se scoperti, porterebbero alla morte immediata o a brutali pestaggi.

A Ravensbrück organizzare è sinonimo di rubare al sistema. […] Imparo che in campo si può rubare, ma solo al sistema [9].

Tra le italiane, la partigiana Maria Montuoro “Mara”, giunta in campo con le Baroncini, è tra le sabotatrici più tenaci. Lavora nel reparto peggiore di Siemens, a contatto con un acido tossico, ma non cerca di cambiare posizione, poiché lì ha la possibilità di lavorare sui condensatori dopo l’ultimo collaudo e dunque di sabotare metodicamente i pezzi, senza che possano più essere controllati. Ma “sabotaggio” nei lager è considerato anche aiutare le compagne a non morire. E di questa tipologia di sabotaggio, che non rappresenta certo un’eccezione, beneficiano, tra le altre, anche Nella Baroncini e la compagna Julka Deskovic[10], che più volte destinate ad un “trasporto nero”, vengono nascoste dalle internate che lavorano in infermeria. Le prigioniere che hanno mansioni mediche o rivestono ruoli burocratico-amministrativi, infatti, falsificano spesso carte e documenti per salvare da morte certa le loro compagne. Una forte rete di protezione si crea attorno alle “lapin”, le prigioniere su cui sono stati compiuti esperimenti medici, o attorno ai neonati, per cui il sistema non predispone alcuna forma di sopravvivenza.

Le sorelle Baroncini, dal canto loro, pur di non separarsi dalla madre, svolgono i lavori più duri. Si privano spesso dello scarso vitto per portarlo a quella tra loro che al momento è nelle condizioni peggiori. Iole riesce persino a ricamare e a inviare lettere a Nina -e in campo la scrittura è un reato a cui corrisponde la pena di morte -.

Teresa, consumata dall’internamento, muore nella baracca numero 8, il 26 gennaio 1945. Ancora una volta è la solidarietà tra prigioniere a permettere a Lina e Nella di entrare clandestinamente in infermeria e rivedere per l’ultima volta la madre. In marzo cade anche Iole, destinata ad un “trasporto nero”.

Un mese più tardi, il 30 aprile 1945, la 49° unità della 2° armata sovietica del fronte bielorusso libera Ravensbrück.

Il giorno della liberazione mi ricordo che stavo dormendo, come al solito sognavo che distribuivano invece che le rape dei porri bolliti, che erano un poco meglio delle rape. Sognavo qualche cosa del genere, sentivo del trambusto, poi mi sono svegliata e ho visto tutta questa gran confusione, ho visto che erano lì. Ormai alla liberazione eravamo rimaste soltanto noi dell’infermeria perché gli ultimi giorni avevano fatto partire tanti di quei trasporti, che non si poteva tenere aperta la finestra dalla puzza che veniva dal camino del forno crematorio. Le Cecoslovacche misero fuori degli stracci rossi, non so come avevano fatto a procurarseli. Ho capito che dicevano che c’erano i Russi alla porta, che era la liberazione. Il primo istinto naturalmente fu di venire giù dal letto, ho fatto due passi e sono caduta lunga distesa, perché proprio non ce la facevo più a stare in piedi. […] Qualcuna andò alla porta, di quelle che riuscivano ancora a girare, andarono alla porta e trovarono un russo, mi ricordo che aveva due gran baffoni, e lo fecero girare per queste baracche. Io ricordo la faccia, con due lacrimoni che gli venivano giù, ci guardava in faccia e scuoteva la testa […] [11].

«La liberazione è arrivata, e poi?»[12]

Mio marito delle volte diceva: <se tu non ti mettevi in certe cose nessuno veniva a prenderti>. Anche mio nipote una volta me l’ha detto: <te lo sei voluto, se stavi a casa a fare la calza…>. Come fa una a parlare ancora? Io mi sono limitata a dire: <come non capisci certe cose!> e lui: <la guerra è fatta per gli uomini, cosa c’entrate voi donne?> [13].

Il ritorno a casa non è semplice e non è sempre un ritorno alla normalità, agli affetti, a un mondo accogliente. Lina Baroncini alla liberazione pesa trentacinque chili e ha una pleurite bilaterale. Tornata finalmente a Bologna, ma in una casa ormai vuota, vedrà il ritorno solo di sua sorella Nella. Anche papà Adelchi è morto, nel gennaio ’45, al Castello di Hartheim.

ho continuato a sognare mia sorella Iole che tornava e si presentava alla porta, per anni e anni e anni. […] E poi, quando tornai a casa, mi pareva di sognare di giorno e di essere sveglia di notte: cioè di notte io sognavo la famiglia, sognavo la casa, sognavo quello che era una volta [14].

La situazione è particolarmente difficile per le “politiche”. Lina, durante il ritorno in Italia, viene segnalata negli elenchi dei deportati come “civile”. Protesta, dicendo di essere una “politica” e si sente rispondere: «Ma come? Una donna, politica? Non esiste! Non si può!» [15]. Una volta tornate a casa, non saranno in pochi a misconoscere il loro ruolo di donne nella resistenza: «Ma era vostro padre che era partigiano, non voi!»[16].

Le donne “triangolo rosso” trovano in patria un atteggiamento di diffidenza e vergogna. A differenza delle deportate per motivi religiosi, agli occhi di molti, queste donne sono “colpevoli” di aver abbandonato la casa per la politica, in ultima istanza di essersela cercata. La deportazione femminile viene inoltre ammantata di significati ambigui: è diffusa l’idea che essa coincida con la violazione sessuale, con la perdita della rispettabilità. Elsa Levi, tornata dal campo, tronca la relazione con il suo fidanzato perché lui le dice <tu sei viva perché sei andata a dormire con un tedesco>[17]. Dora Venezia, giunta in Italia, si rivolge al prete incaricato dello smistamento dei deportati. Questi, notata la sua pancia, gonfia per la denutrizione, la liquida dicendole: <Tu vai da quello che ti ha messa incinta…!>[18].

Lidia Beccaria Rolfi

Lidia Beccaria Rolfi, tornata alla sua Mondovì, viene rimproverata da sua madre: “Prima vai coi partigiani, poi in Germania… Sei lo scandalo della famiglia… Pensa un po’ al tuo avvenire e vai a confessarti [….][19].

Quella cominciata come partigiane, e continuata, in forma ancor più dura, nei campi di concentramento, resta lungamente, anche per le deportate politiche, una resistenza doppiamente taciuta, doppiamente inascoltata. Ed è anche per questo che abbiamo voluto ricordarla qui, oggi, dove riposano idealmente alcune delle sue protagoniste.


[1] Testimonianza di Lina e Nella  Baroncini in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, Einaudi, Torino 1978, pp. 281-282

[2] Testimonianza di Lina Baroncini in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit. , p. 243

[3] Lidia Beccaria Rolfi in B. Maida, Non si è mai ex deportati. Una biografia di Lidia Beccaria Rolfi, Utet. Torino. 2008, p. 124

[4] Il sistema di identificazione dei prigionieri nei campi di concentramento nazisti si basava su simboli di stoffa cuciti sulle divise. Il triangolo rosso identificava i prigionieri politici.

[5] Calcolo del reddito derivante dallo sfruttamento dei detenuti nei campi di concentramento, effettuato dalle SS, in R. Schnabel, Il disonore dell’uomo. Documenti sulle SS, Lerici, Milano 1961, p. 98

[6] Testimonianza di Lidia Beccaria Rolfi in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit., p. 25

[7] Cfr. tra gli altri T. Noce, Rivoluzionaria professionale, La Pietra, Milano 1974.

[8] La deportata francese Monique Nosley parlerà del lager come università, per lo straordinario scambio culturale tra le prigioniere, per cui resistere significava anche sforzarsi di ricordare le poesie imparate a scuola per comunicarle alle compagne, o ritagliarsi del tempo per discutere di politica, di lotte sindacali.

[9] Testimonianza di Lidia Beccaria Rolfi in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit., pp. 49, 94

[10] Julka, partigiana slava che milita anche nelle fila della Resistenza italiana, il giorno di natale del 1944 partorisce, a Ravensbrück, una bambina di nome Slobodenka (che in croato significa “libera”), concepita durante la Resistenza con il comunista Renato Giachetti. La piccola Slobodenka morirà nella prima metà di Febbraio, Julka vedrà la liberazione del campo, ma morirà poco dopo, nonostante la sollecitudine delle compagne.

[11] Testimonianza di Nella Baroncini, http://www.testimonianzedailager.rai.it/testimoni/pdf/test_39.pdf

[12] Testimonianza di Nella Baroncini in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit., p. 273

[13] Testimonianza di Margherita Bergesio, http://travasamento.altervista.org/donne-al-ritorno

[14] Testimonianza di Nella Baroncini in L. Beccaria Rolfi- A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, op. cit., p. 279.

[15] Testimonianza di Lina Baroncini, ivi, pp. 276-277

[16] Testimonianza di Lina Baroncini, ivi, p. 281

[17] Testimonianza di Elsa Levi, http://travasamento.altervista.org/donne-al-ritorno

[18] Testimonianza di Dora Venezia, in M. Baiardi, Aspetti della memorialistica femminile della deportazione, http://www.bobbato.it/fileadmin/grpmnt/1133/baiardi_-_aspetti_memorialisticapdf.pdf

[19] L. Beccaria Rolfi, L’esile filo della memoria. Ravensbrück 1945: un drammatico ritorno alla libertà, Torino, Einaudi, 1996, p. 133

… e venne il 26 aprile

Quello che segue è un documento scritto da un gruppo di compagne per una lettura collettiva al Sacrario dei Partigiani di Bologna, lo scorso 14 ottobre.

RIFLESSIONI SUL CONTRIBUTO DELLA RESISTENZA ALLA CONDIZIONE FEMMINILE

 

Tina Lorenzoni

A Firenze ci fu per esempio una ragazza di nome Tina Lorenzoni. Aveva 25 anni. La formazione alla quale apparteneva si era già dislocata, in parte, nell’Oltrarno. I tedeschi e i repubblichini controllavano con ogni mezzo le rive del fiume. C’erano però altri partigiani organizzati clandestinamente. Per ben tre volte Tina riuscì ad attraversare le linee per assicurare il collegamento tra i resistenti. Venne presa e messa in prigione: tentò di fuggire, venne ripresa, fucilata. La motivazione della medaglia d’oro che anni dopo le fu conferita, dice di lei: “Angelo consolatore tra i feriti”. Tutta quella spericolatezza, tutto quel coraggio, umiliate da un qualche funzionario addetto alla scrittura, che non conosceva le parole da pronunciare per definire una persona come Tina” [1]. Questo è quanto offre in gran parte la memorialistica, nel rendere omaggio commosso a qualche icona femminile protagonista nella storia della Resistenza.

Irma Bandiera

In ambito storiografico le cose non vanno molto meglio: bisognerà attendere gli anni settanta, quando la pubblicazione di alcuni testi[2] darà conto di una ricostruzione più attenta della partecipazione delle donne, per sgomberare il campo da retaggi culturali che obbligano le donne in posizione di subalternità anche quando, armi in mano, pareggiano il conto tra il bisogno di liberarsi dal nazi-fascismo e quello di rivendicare la libertà di donna. Fino ad allora la storiografia ufficiale continua a proporre la formula del “prezioso contributo femminile”  nell’accezione della convergenza temporanea e non del “fare” la Resistenza, “far parte” integrante di una lotta. Poi si aggiunge lo stereotipo che considera le donne inconciliabili con le armi e con la politica. La partigiana ideale è la protagonista di L’Agnese va a morire: informe, materna, non sospetta.

“Alla cuneese Tersilla Fenoglio […] tocca l’onere di citare un tema spinoso: preoccupati di non dare un’immagine promiscua della Resistenza, i garibaldini piemontesi proibiscono alle loro compagne di partecipare al corteo della liberazione e lei con altre compagne combattenti si ritrova ad assistere dal bordo della strada […] [3]

Gabriella Degli Esposti

Sicuramente è esiguo il numero di donne che hanno avuto un ruolo militare nelle organizzazioni, criterio fondamentale nelle gerarchie dei valori necessari al riconoscimento della medaglia al partigiano; motivo per cui poche donne vengono insignite di medaglia. Poche le donne che hanno organizzato, diretto e partecipato alla battaglia, tante le donne specializzate in sequestri e scambi di prigionieri tra tedeschi e partigiani; migliaia le donne che si occupano di informazione e collegamenti, di stampa e propaganda, del trasporto di armi e munizioni, di attivare reti di assistenza nelle case e negli ospedali, di promuovere scioperi, manifestazioni contro il carovita, assalti a magazzini di viveri. È un insieme di compiti essenziali sia per lo sviluppo stesso della lotta armata che per la tutela materiale della comunità; ed è molto di più di quanto lasci intravedere il termine miniaturizzante di “staffetta”.

Clorinda Menguzzato

“un giorno alcune SS di servizio ad un blocco di una strada di campagna fermano una ragazza romana che ha una grossa borsa sul manubrio della bicicletta: le chiedono in modo brusco:<roba da mangiare?> <no bombe> risponde lei, e i tedeschi trovano la risposta spiritosa e non controllano oltre. Il giorno dopo quelle bombe faranno saltare in aria un loro convoglio [4].

Il lavoro invisibile delle donne garantisce una presenza costante, ricca di dedizione e di sacrificio, spesso silenziosa, di quella organizzazione che viene chiamata “base”, con un termine geometrico che non dovrebbe portare però una valutazione politica diminutiva; e questo anche alla luce del fatto che rimanendo sul territorio della quotidianità (nei CLN aziendali e rionali, nei comitati di agitazione, nelle fabbriche), il rischio di esposizione alla repressione, la più dura, è senza dubbio altissimo.

“La più eroica battaglia contro la fame, la combattono le donne di Carrara: esse hanno salvato una prima volta la città quando il comando tedesco ne ha ordinato l’evacuazione in massa entro due giorni, per raderla al suolo: le donne si sono ribellate all’ordine spietato ed hanno costretto il comando germanico atterrito dall’insurrezione, a revocare l’ordine di sgombero; ma la vera grande battaglia è quella combattuta per il sale e la farina. Per 19 mesi le donne della città traggono il sale dal mare facendo bollire clandestinamente l’acqua marina sacrificando le pinete in questa lunga e interminabile evaporazione, poi col loro carico di sale si arrampicano su per gli impervi sentieri delle Apuane andando in Garfagnana in cerca di viveri, calandosi giù dai paesi dell’Appennino per la Cisa o il Cerreto fino in Emilia, per tornare una o due settimane dopo, sfinite sanguinanti dimagrite, con il loro carico di farina per la famiglia, a volte lasciandosi alle spalle qualche compagna vittima di un mitragliamento aereo o dello sfinimento. Straordinaria fila di formiche che riescono a garantire il pane a una città- che anche per questa loro lotta venne decorata con la medaglia d’oro “[5].

Ancilla Marighetti

Le donne vivono sulla propria pelle il peso della fame, della sofferenza, dell’ingiustizia per sé e per tutta la famiglia, di cui hanno il carico; pian piano maturerà una coscienza, una voglia di protagonismo nel pensare e organizzare un mondo più ampio della casa alla quale sono state relegate. È così che vengono portate in massa a partecipare alla Resistenza e tra di esse tante si distingueranno per il loro eroismo. Impossibile ricordarle tutte: le bolognesi Irma Pedrelli e Ada Zucchelli, fucilate dopo lunghe sevizie, Ancilla Marighetti e Clorinda Menguzzato, morte sotto la tortura (e a una di loro, ostinata nel suo silenzio, viene persino strappata la lingua)… È così che presto, accanto alle informatrici, alle infermiere, alle raccoglitrici di viveri e indumenti, scendono in campo le combattenti. I Gruppi di Difesa della Donna organizzano le volontarie per la libertà, donne che sparano, dapprima membri dei Gap – squadre di azione in città -, poi anche combattenti sui monti.

Ines Bedeschi

Un’altra giovane racconterà: «Quel giorno (29 Settembre) andavo a far la fila per l’acqua quando cominciarono a sparare. Gettai il recipiente e corsi verso un giovane che stava a terra con gli occhi chiusi. Gli presi il fucile e mi misi anch’io a sparare all’angolo di Corso Garibaldi, ho sparato per più di due ore, volevo ucciderli tutti, era stato un anno di tormenti, di bombe, di fame, di sete e così quel giorno mi prese una grande furia. Avevo 17 anni, non mi occupavo di politica ma sapevo bene che cosa erano i fascisti e i tedeschi contro i quali ho sparato a Porta Capuana »[6] .

« La ribellione nasce dalla consapevolezza che il fascismo significa una guerra dietro l’altra e che i dieci anni di guerra nelle quali è stata precipitata l’Italia sono il frutto della pesante lotta di classe condotta contro i lavoratori. […] nel nuovo ciclo di armamenti, e di espansione economico territoriale, che si era riaperto all’orizzonte, la politica fascista aveva dato sufficienti garanzie e vantaggi all’alto capitale: Volpi, Agnelli, Pirelli, Marinotti facevano affidamento su Mussolini e Ciano. Oggettivamente nè la spirale bellica nè quella autarchica potevano essere interrotte, e spingevano in un’unica direzione. Mentre l’alto capitale traeva i suoi vantaggi dalla guerra, alla quale del resto l’intellettuale offriva spesso i suoi grani d’incenso, l’operaia comnciava a conoscerne i risvolti »[7].

[…] a Spilamberto, le operaie della Sipe scioperano per aumenti salariali, e la lotta appare subito durissima: ai fermi e agli arresti, si accompagnano 122 licenziamenti e 224 sospensioni. Di lì a qualche mese l’operaia Barbolini, alla ceramica Marazzi, prende in pubblico la parola, durante un’agitazione contro le multe, presentando le rivendicazioni delle compagne. A Carpi, le operaie della fabbrica Menotti sospendono il lavoro chiedendo aumenti salariali, mentre quattro di loro, denunciate e condannate a tre mesi per direttissima, ottengono la condizionale, ma vengono licenziate in tronco (una di loro, Laura Solieri, ha quattro figli) [8].

Iris Versari

Questi non sono che esempi scelti a caso tra le tante lotte che vedranno la loro massima espressione negli scioperi del ‘43. Il Fascismo, infatti, attua una politica «femminile» di duro sfruttamento e discriminazione: il lavoro delle donne è relegato agli ambiti più umili e subalterni; i loro salari sono inferiori del 50% rispetto a quelli maschili, secondo le leggi corporative fasciste (in realtà oscillavano addirittura fra il 33% e il 45%, a parità di mansioni); dopo il 1929 una serie di decreti estromette le donne dai lavori amministrativi e dalle professioni, imponendo che il loro numero non superi la quota del 10%; si ostacola per legge l’accesso all’istruzione superiore; le donne coprono i buchi di un’economia in crisi, lavorano a domicilio in forme precarie e marginali, suppliscono alle carenze di servizi e dovranno poi piegarsi ai «sacrifici» imposti dallo «sforzo bellico».

Dall’altra parte però s’impone la mitologia reazionaria per cui la «donna-madre» non deve lavorare (era questa la teoria ufficiale del Fascismo e la tradizionale posizione della Chiesa cattolica espressa da papa Pio XI: «il lavoro è una corruzione dell’indole muliebre e della dignità materna, perversione di tutta la famiglia»). Proprio lo scollamento tra immagine materna idealizzata e dura realtà sociale è destinato a generare via via una conflittualità repressa che si esprime nella sottrazione alle richieste del regime e sfocia nella partecipazione di massa delle donne alla lotta partigiana. Richiamate al lavoro «per il bene della patria», al posto degli uomini in guerra, operaie e impiegate cominciano a riflettere e a parlare fra loro, non più isolate fra le mura domestiche, né zittite dai propri mariti. Partecipano e animano i grandi scioperi industriali del ‘43 e ’44 nel Nord Italia e molte di esse danno sostegno o partecipano in prima persona alla lotta armata partigiana.

All’indomani della cacciata del nazi-fascismo molti avanzamenti importanti si sono compiuti, ma pur sempre verso un processo di adeguamento al modello di produzione e di modernizzazione che il capitale si appresta a promuovere. I nazi-fascisti non sono più al comando: ma i Volpi, gli Agnelli, i Pirelli sono al loro solito posto. La richiesta di una società socialista, senza classi, senza sfruttamento e di un radicale mutamento di tutti i rapporti sociali compreso il rapporto tra i sessi, viene ampiamente tradita.

Per i partiti che concorrono, come il PCI che ha ormai abbandonato l’idea di rivoluzione, alla costruzione di nuovi equilibri di governo, alla ricostruzione e alla stabilità sociale come la borghesia comanda, non resta che domare le masse di pressione che tra contentini e repressione entrano a far parte delle nuove e moderne sacche elettorali.

Non sorprende quindi che, all’indomani della Liberazione, i principali partiti politici cerchino di inquadrare la vasta spinta delle donne costituendo “sezioni femminili”, per recuperarla nei quadri gerarchici della politica istituzionale. Promuovendo la “parità” e “l’emancipazione” femminile i partiti cercano di riportare l’azione politica delle donne in un quadro normalizzato e subalterno a una dirigenza e a valori politici interamente maschili.

Ai piedi del muro, anche tante donne sono cadute. Per chi è giunto alla liberazione, dopo vent’anni di tirannide, nel sole dell’Aprile si apre una strada che appare radiosa. I più, nella gioia di questi giorni, non si rendono conto che la realtà è quella che indica, ammonitrice, quell’appello alle donne: <la vera battaglia incomincia oggi ed è battaglia contro ogni oppressione politica e ogni oppressione sociale>. E non è detto che sia una battaglia più facile della lotta  armata appena conclusa [9].

Renato Guttuso – Morte di Maria Margotti

Lo avevano compreso le compagne partigiane e lo compresero anche le tante donne che nel dopoguerra presero in mano il loro destino con le lotte operaie e contadine. Proponiamo una testimonianza dello sciopero delle mondine del 1949 nelle campagne emiliane. Le condizioni di lavoro di queste donne sono tra le più dure che esistano sul territorio nazionale. Lo sciopero rischia di far saltare l’intera produzione perché viene bloccata la raccolta; gli agrari corrono ai ripari recuperando flotte di braccianti affamate, da altre regioni d’Italia. Nonostante i tentativi di contrapporle le une alle altre, le mondine locali e le straniere procedono, di comune accordo, nella protesta dura e decisa: “se il grande sciopero sarà vittorioso avremo un contratto di lavoro per tutte”. Molte delle braccianti straniere decidono di tornarsene a casa senza una lira e neanche un sacchetto di riso, ma con la coscienza acquisita che è necessario lottare tutte insieme per scuotere dalle fondamenta il potere degli agrari.

Le donne ottengono un contratto di lavoro, ancora insoddisfacente e con una remunerazione sempre inferiore rispetto a quella degli uomini (su 700 lire al giorno, le donne riscuotono 200/300 lire in meno). Per giungere a questo risultato, che è salutato con gioia anche se parziale e insoddisfacente, hanno duramente lottato e sofferto: una donna è stata uccisa da un carabiniere chiamato a difendere gli interessi dei padroni.

[…] è l’anno 1943 […] Maria collabora con i partigiani, incurante del fatto che ha due figlie piccole da accudire e che le rappresaglie e le fucilazioni si moltiplicano. Finalmente il 1945, la vittoria sul fascismo e sul nazismo, la pace. […] anche a Filo d’Argenta, come in ogni paese e in ogni città d’Italia, si comincia a ricostruire dalle rovine. Rinascono, con la speranza di progresso civile, le istituzioni democratiche del mondo contadino: il collettivo agricolo, le cooperative, strumenti di difesa sindacale e di emancipazione delle masse braccianti. Le donne come Maria non rimangono estranee a questo fervore di progetto e di discussioni: in numerosi convegni e riunioni parlano anche delle vecchie ingiustizie, dell’inferiorità in cui è tenuta la donna nel lavoro e in casa, dei contratti che per una uguale attività applicano tariffe diverse per gli uomini e per le donne, della necessità che anche le contadine possano beneficiare di alcune garanzie sociali per la loro vita e la vita dei figli. […] Maggio 1949, la lotta raggiunge il culmine con il grande sciopero bracciantile. […] 16 Maggio la polizia giunge a reprimere le manifestazioni in maniera particolarmente violenta: le donne vengono disperse a colpi di mitra, inseguite e malmenate. A Molinella 52 di esse sono ferite, 638 bastonate e 49 arrestate. Il 17 viene organizzata una manifestazione di protesta […] Maria è sul ciglio della strada, insieme ad altri e discute animatamente.  All’improvviso arrivano camion e jeep carichi di armati. Un carabiniere in motocicletta passa veloce, intima a tutti di sciogliersi e, senza nemmeno aspettare di vedere se il suo ordine viene eseguito, spara con il mitra uccidendo sul colpo Maria Margotti [10].


[1] M. Ombra, Libere sempre. Una ragazza della Resistenza a una ragazza di oggi, Einaudi, Torino 2012, p. 46

[2] In particolar modo La resistenza taciuta (1976), a cura di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, e Compagne (1977) di Bianca Guidetti Serra

[3] A. M. Bruzzone – R. Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. XII

[4] G. Dal Pozzo – E. Rava, Le donne nella storia d’Italia, vol. II, Teti, Milano 1969, p. 602

[5] Ivi, p. 599

[6] Ivi, p. 597

[7] F. Pieroni Bortolotti, Le donne della resistenza antifascista e la questione femminile in Emilia Romagna: 1943-45, Vangelista, Milano 1978

[8] Ivi

[9] G. Dal Pozzo – E. Rava, Le donne nella storia d’Italia, op. cit., p. 608

[10] Ivi, p. 697

Desideri/segnalazioni

Claudio Virtù, Palazzina LAF. Mobbing: la violenza del padrone, Quaderni del Centro Studi Calamandrei, Archita Edizioni, 2001, 112 p.

Cosimo Argentina, Vicolo dell’acciaio, Fandango, 2010. Recensione.

Alessandro Di Virgili, Manuel De Carli (illustratore), Thyssenkrupp. Morti Speciali S.p.A., Becco Giallo, 2009, 112 p. Recensione.

Mimmo Calopresti, Cristina Cosentino, La fabbrica dei tedeschi. Thyssenkrupp (con DVD), Biblioteca Univ. Rizzoli.

Alessandro Portelli, Acciai speciali. Terni, la ThyssenKrupp, la globalizzazione, Donzelli, 2008,  229 p.

Recensione di Alessandro Casellato. Recensioni di Michele Nani e Loris Campetti. Recensione di Saverio Luzzi.

Gerardo Mazziotti, Bagnoli, cronaca di un fallimento annunciato, edizioni Denaro Libri, 2003.

Cecilia Cristofori (a cura di), Operai senza classe. La fabbrica globale e il nuovo capitalismo. Un viaggio nella Thyssenkrupp Acciai Speciali di Terni, Franco Angeli, 2009, 239 p.

Invisibili. Vivere e morire all’Ilva di Taranto

Circa vent’anni fa Emilio Riva ebbe in regalo dallo Stato l’ILVA di Taranto, e vi impose il suo ordine.

Si liberò del vecchio blocco operaio – forte, cosciente, compatto –  sostituendolo con giovani desindacalizzati, e ci riuscì con una certa destrezza, barattando il prepensionamento dei vecchi con l’assunzione dei loro figli. Spezzò le ultime resistenze sindacali di quella che fu l’orgoglio della forza operaia del sud, rinchiudendo i riottosi nella palazzina LAF, in un casermone vuoto, a guardare i muri spogli.

Riva si inventò  molto prima dell’era Marchionne “la fabbrica del futuro”, in realtà molto più simile alle ferriere del primo ‘900, se non fosse che rispetto ad allora la soggettività operaia è più debole. Cosa è successo in seguito dentro l’ILVA dei Riva ce lo raccontano Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, con una cronaca redatta alla vigilia delle ultime vicende giudiziarie.

…Mi ha confessato di essere in cura dallo psicologo perché i capi lo martellano. Mi ha detto: Sai, ho sfiorato il suicidio. I deboli sono sotto pressione. Sanno che possono essere presi di mira. Chi è più debole non reagisce nei confronti dei capi, finisce per fare sedici ore di lavoro. Dice che ha sentito una voce, che si è visto sull’orlo del burrone. Che ha avuto paura di perdere l’equilibrio sulla passerella”.  “Non mi davano niente da fare per tutto il giorno quando ero in punizione….. ma mi nascondevo perché alla fine potevano chiedermi: perché non lavori ? E la colpa sarebbe ricaduta su di me. Volevano che li seguissi come un cane. Ma io non sono un cane.

Non è un ricordo dei tempi della palazzina LAF,  è la realtà di oggi. Nonostante la condanna per mobbing, Riva non ha cambiato metodi. Del resto perché dovrebbe ?  Funzionano !!!

Gli operai descritti da Colucci trasudano rassegnazione, paura, rimozione del loro vissuto, diffidenza verso tutto ciò che è esterno, rancore verso la “città”,  indifferente alla loro condizione, ai loro morti. Rancore in parte giustificabile, se si pensa che patron Riva s’è comprato mezza Taranto: istituzioni, clero … . L’altra mezza no … non quella che porta i figli avvelenati dall’ILVA ad oncologia pediatrica. Rancore, dicevo,  giustificabile solo in parte, perché è come se gli operai intervistati si aspettino che la loro salvezza debba venire da fuori dei cancelli dell’ILVA, e non da una propria assunzione di responsabilità, dalla presa d’atto che se non sono loro i primi a prendere nelle mani il loro futuro difficilmente qualcuno lo farà al loro posto.

Se togli le eccezioni – di cui sto libro non parla – la maggioranza tace (“se si sa che parli all’esterno, il primo sbaglio che fai, paghi”). E questo non le fa onore, anche a fronte del disastro ambientale che il siderurgico riversa sulla città. Ad alzare la voce sono padri e mogli degli operai ammazzati. Una lotta per la giustizia condotta  con poca solidarietà, scontrandosi contro un muro di gomma: “Dì ai ragazzi che la vita di mio figlio vale un anno di carcere con pena sospesa. Anzi, dì loro che in galera, dai e dai, ci finirò io”. Una lotta che nasce fuori dalla fabbrica da chi ha trovato il coraggio dopo aver perso ciò che amava di più. Non nasce dall’interno,  non nasce prima che ci scappi il morto.

Mai un giovane lavoratore si lamenterà perché l’azienda infrange le regole, anzi: A disposizione – raccontano – c’è tutto quello che la legge prevede dal punto di vista della sicurezza personale: dal casco, alla tuta, ai guanti”.  Strana concezione della sicurezza: i dispositivi di protezione individuale – secondo le leggi e la scienza antinfortunistica – dovrebbero essere l’ultima precauzione da prendere, dopo aver agito sull’organizzazione del lavoro, sulla sicurezza intrinseca degli impianti, sulla salubrità degli ambienti.

Nulla di questo c’è all’ILVA: “I lavoratori dell’appalto sembrano gli ultimi degli ultimi, a volte vedo capisquadra che che approfittano di quelli delle ditte sottomettendoli. C’è chi lavorava con i jeans, chi ha indossato la tuta marrone. Con la polvere, di notte, è ancora più invisibile. Rischia di essere schiacciato da camion e auto…. Ora stanno lì: africani, indiani, turchi. Lavorano indossando quello che trovano: entrano nel forno, smantellano i refrattari, senza maschere. E’ venuta l’ASL, ha fatto i controlli. L’amianto è stato smantellato da un’azienda specializzata. Gli extracomunitari sono andati allo sbaraglio. Il forno è diventato una torre di babele ed è pericoloso, se non ci capiamo”.

“Io ogni giorno faccio cinque chilometri a piedi, con la polvere; certe volte mi esce il sangue dal naso perché la polvere nel naso si indurisce. … Arriviamo allo spogliatoio divorati dalla polvere, la polvere è come una estrema unzione.”

“Mi hanno impressionato i lavoratori sulle passerelle  a 90 metri di altezza. Vai giù e nemmeno ti accorgi che sei morto. … Agli ingegneri segnaliamo tutto. I carriponte sono pericolosi, rischiano di cadere con un peso di 50 tonnellate. Se cadono è una strage.…Chi si trova sul fronte del fuoco, o ad altezze così è più chiuso, non ha voglia di parlare. Mi sono trovato vicino alla ghisa liquida quando prende fuoco, una bomba che fa tremare tutto in un raggio di chilometri. Lo scoppio è improvviso, lo senti davvero nelle viscere. Ti stordisce, ti afferra, ti svuota” .

Le conseguenze di questa situazione si vedono, o meglio si contano: 45 infortuni mortali dal 1993, l’ultimo – Claudio Marsella – due giorni fa .Gli autori ricordano Silvio Murri, Paolo Franco, Pasquale D’Ettorre, Antonio Alagni, Gjoni Arjan, in rappresentanza di una lunga serie di lutti.

Come dicevo, il libro non parla di chi fra gli operai ha alzato la testa, di quelli come Massimo Battista, che insieme ad altri colleghi venne licenziato  il 7 luglio del 2005 per aver promosso uno  sciopero sulla mancanza di sicurezza. Nel 2007 il giudice ne dispose il reintegro, e da allora è stato confinato in una struttura lontana dallo stabilimento a “contare le barche che passano”. Massimo, assieme ad altri, ha dato vita al  “Comitato Cittadini e Lavoratori liberi e pensanti”, ridando dignità alla sua classe, rompendo il muro di silenzio per voltare pagina su un’altra storia. Potessi suggerire un titolo mi piacerebbe chiamarla: “VISIBILI: lottare per non morire all’ILVA di Taranto”.

Il libro: Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, Invisibili. Vivere e morire all’Ilva di Taranto, Edizioni Kurumuny, 2011, 111 p.

Alcuni fatti sull’incendio Thyssen Krupp

FATELO DA VOI: LA STRAGE IN ACCIAIERIA

Nonostante le apparenze, la preparazione di una strage in acciaieria è un compito relativamente semplice, adatto anche a neofiti senza un particolare esperienza.

Occorre – ovvio – avere per le mani un’acciaieria, preferibilmente in dismissione, a cui applicare alcune modifiche  preliminari. Per cominciare, è necessario liberarsi di una buona metà delle maestranze, cominciando da quelle specializzate, che ricoprono ruoli di coordinamento e (importante) abbiano maggiore esperienza e formazione in materia  antincendio.

Fatto questo, basterà seguire con scrupolosa attenzione le istruzioni che seguono:

1)      Predisporre piani di emergenza ambigui e interpretabili, in particolare lasciando nel vago il concetto di “incendio di particolare gravità” (cioè il limite entro cui gli operai non devono spingersi nell’intervento di estinzione perché troppo pericoloso).

2)      Tollerare informalmente l’intervento degli operai in situazioni di pericolo come prassi consolidata.

3)      Non prevedere il completamento dei corsi di formazione per le squadre di emergenza.

4)      Non prevedere alcuna formazione antincendio per le squadre di operai sulle linee, e in particolare per il Responsabile delle emergenze.

5)      Non sostituire i capiturno in prepensionamento, perché sono quelli che hanno funzioni decisionali e di coordinamento in caso di emergenza. La situazione ottimale è di non averne nessuno disponibile, così, alla bisogna, le squadre non sapranno che pesci prendere.

6)      Evitare l’istallazione di impianti di rilevazione e spegnimento automatico sulle linee a rischio. Qualora il consulente dell’assicurazione AXA lo faccia presente, rispondere alla Cetto Laqualunque: “Fatti i cazzi toi !”

7)      Dimezzare le squadre di manutenzione, curando in particolare che siano carenti le riparazioni delle perdite d’olio negli impianti. Garantire perdite sempre più consistenti, al limite dell’allagamento.

8)      Eliminare dall’appalto delle pulizie la rimozione della carta dalle linee.

9)      Non istallare sensori sui rulli centratori della posizione del nastro: il nastro deve poter sfregare liberamente sulla carpenteria provocando scintille. L’efficacia delle ultime 3 misure dovrebbe essere immediatamente verificabile contando la frequenza degli incendi (almeno uno per turno sulla linea 5).

10)  Fare in modo che l’arresto di emergenza della linea non tolga corrente alla pompa dell’olio, in modo che questo possa continuare a defluire – o ancor meglio schizzare in pressione – anche in caso di incendio.

11)  Comunque, non prevedere nelle procedure l’attivazione dell’arresto di emergenza della linea in caso di incendio (per non procurare danni al materiale in lavorazione).

12)  Garantire che la pressione idraulica dell’impianto di spegnimento a schiuma  sia del tutto insufficiente.

13)  Garantire che dei 32 estintori presenti in reparto la stragrande maggioranza sia vuota, scaduta, o comunque non funzionante.

14)  Eliminare la figura che si occupa dei controlli interni degli estintori.

Bene, se avete seguito con diligenza queste facili indicazioni il vostro obiettivo dovrebbe essere a portata di mano. Qualora non siate ancora riusciti a raggiungerlo non disperate; è solo questione di tempo. Confidate nel successo dell’ impresa, che vi comporterà – è vero – qualche noia giudiziaria, ma anche l’ammirazione e  il plauso di Confindustria tutta.

Il documento: Massimo Zucchetti*,  Alcuni fatti sull’incendio Thyssen Krupp, aprile 2009.

*Massimo Zucchetti è professore ordinario di “Sicurezza e analisi di rischio” al Politecnico di Torino, e perito di parte civile al processo Thyssen Krupp.

 

Thyssenkrupp. L’inferno della classe operaia

Un insieme di storie che si intrecciano: la storia industriale di Torino, la storia dell’acciaio, e le storie personali di Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi, oltre a quella di Antonio Boccuzzi (l’unico sopravvissuto alla strage del 6 dicembre 2007).  E’ una bella operazione questa, di ricordarli in vita, con le loro passioni, insieme alle persone che li amano. Ridargli identità.

Le loro vite si alternano con altre meno dignitose, come quella di Alfried Krupp von Bohlen, SS della prima ora, o di Margit Thyssen, che nel ’45, per divertire gli ospiti durante una “festa”,  fece fucilare 200 prigionieri ebrei.  Storie di fortune industriali costruite sul sangue: furono dei Krupp i supemortai e il cannoni  “Dicke Bertha” che terrorizzarono le città francesi durante la Grande Guerra. Furono dei Thyssen e dei Krupp le armi di Hitler. Alfried Krupp venne condannato a Norimberga per abuso di lavoro schiavistico di internati, deportati e prigionieri di guerra. Venne graziato già nel ’51 e reintegrato nel possesso dei suoi beni.

Intorno alle storie personali  scorrono 100 anni di acciaio italiano e torinese, dalle Ferriere Fiat alla Teksid, fino all’acquisto da parte dell’IRI / Finsider e alla successiva ri-privatizzazione. E’ un esempio da manuale sul tema “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei guadagni”. Nel 1982 la Fiat ammolla le sue acciaierie alla Finsider che ha già di suo perdite per 2100 miliardi di vecchie lire, e che le acquista nel mezzo di una forte crisi di sovrapproduzione, giusto giusto alla vigilia delle restrizioni CEE sulle quote acciaio. Passano non più di sei anni, durante i quali il deficit continua a lievitare, e già si parla di privatizzazioni. L’acciaio pubblico viene spezzettato in “good companies” da svendere ai privati (a cui lasciare il patrimonio e le quote di mercato)  e “bad companies” dove ficcare i debiti e il personale in esubero. E io che credevo che il giochino l’avessero inventato con Alitalia!!!  Comprarono Lucchini, Riva e i tedeschi.

La storia ricorda i morti degli anni ’50, lavoratori caduti nell’acido o trafitti da un tondino incandescente, e i quattro operai finiti nel ’78 sotto una colata di acciaio fuso, morti per colpa degli apprendisti stregoni che vollero sperimentare sistemi improvvisati per accrescere la produttività. Continua con gli stabilimenti sommersi dall’esondazione della Dora (dove patron Riva ci fece la solita figura del pitocco), e poi con il grande incendio del Sendzimir62, fermato dalla genialità di un impiegato.

Gli autori ci raccontano la vita di fabbrica, la profondità dei rapporti fra operai, la loro quotidianità pericolosa (“riposavamo su delle tele di amianto … lo usavamo per tutto, anche come tovagliette per mangiare”).  Ci guidano nella città stabilimento svelandoci i particolari del ciclo dell’acciaio e dell’organizzazione del lavoro, e il progressivo sfascio verso la dismissione, fino alla cronaca di una strage annunciata. E poi … gli estintori vuoti, le omissioni nei controlli, le perdite di olio a fiumi, e i sistemi automatici di estinzione mai installati perché troppo costosi, il delirante scaricabarile fra l’ASL e i Vigili del Fuoco.

Questa storia continua oltre le pagine del libro, con la condanna dell’AD Harald Espenhahan a sedici anni e sei mesi per omicidio volontario, e dei dirigenti Gerald Priegnitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno, Cosimo Cafueri, Daniele Moroni.per omicidio colposo con colpa cosciente. Continua per gli operai di “Legami d’acciaio”, quelli che si costituirono parte civile. Gli unici, “casualmente”, a non essere stati ancora ricollocati dopo la chiusura dello stabilimento. Qui c’è l’appello per esprimergli solidarietà.

PS: L’unica cosa di cui avrei fatto volentieri a meno in questo libro è la prefazione di Giancarlo Caselli, perchè uno che manda in galera chi difende il territorio dalla devastazione ambientale non ha i requisiti necessari per discutere di sicurezza e salute.

Il libro: Diego Novelli, Marco Bobbio, Valentina Dirindin, Eugenio Giudice, Claudio Laugeri, Thyssenkrupp. L’inferno della classe operaia, Sperling & Kupfer, 2008, 209 p.

Desideri/segnalazioni

Gerald Steinacher, Casolo F. (traduttore), La via segreta dei nazisti, Rizzoli, 2010, 428 p.

Quando ormai il nazismo stava crollando, i massimi esponenti tedeschi cercarono rifugio in Alto Adige. Criminali ricercati in tutta Europa, come Mengele e Eichmann, vennero ospitati nei conventi, dove si sottoposero al battesimo cattolico, e ricevettero una nuova identità e lettere di raccomandazione. Un apposito ufficio del Vaticano si incaricava di presentare domanda di accoglienza a Paesi sudamericani e infine la Croce Rossa autorizzava l’espatrio. Attraverso la consultazione minuziosa di archivi per lungo tempo inaccessibili (da quelli nazionali a quello della Croce Rossa a Ginevra ai molti archivi comunali e parrocchiali sudtirolesi), Gerald Steinacher ricostruisce il perfetto e scandaloso meccanismo che ha sottratto alla giustizia, in alcuni casi per sempre, i peggiori criminali di guerra.

Marino Ruzzenenti, Shoah le colpe degli italiani, Manifestolibri, 2011. 200 p.

A oltre sessantacinque anni dalla tragedia della Shoah, manca ancora una riflessione esauriente sulle responsabilità italiane per lo sterminio degli ebrei, sulle colpe del cattolicesimo e del fascismo. Il volume dà un contributo a questa indagine analizzando in profondità due pagine inedite. Innanzitutto indaga sul ruolo che svolse il cattolicesimo italiano, attraverso la figura chiave dell’intellettuale Mario Bendiscioli, nella gestazione delle leggi antisemite del 1938. Documenta poi come i fascisti della repubblica sociale furono protagonisti di primo piano, spesso in competizione con gli stessi tedeschi, nella caccia agli ebrei da avviare allo sterminio. Da questo studio emerge un radicamento tutt’altro che marginale del razzismo in molti settori della società italiana, che tante ricostruzioni storiografiche hanno preferito sminuire o lasciare nell’ombra.

La variante di Lunenburg

Giocare all’inferno

Apparentemente si parla di scacchi e scacchisti, e della loro febbrile passione. Ci si addentra in questo gioco affascinante, senza accorgersi che il vero oggetto del libro è disseminato nei dettagli apparentemente insignificanti fra una partita e l’altra. A lungo ci si immerge nella comunità di giocatori – chiusa nei propri riti, linguaggi, tossicodipendenze da scacchiera – e  si crede  di stare in un mondo a parte, avulso dalla Storia che gli scorre attorno.

Lo credeva anche il giovane Rubinstein, come se  il mondo degli scacchi fosse una dimensione protetta, impermeabile al dilagare della violenza antisemita. Così come credeva anche suo padre che la condizione benestante li ponesse al riparo, in una sorta di ostinata rimozione dei segnali evidenti di una rovina che avanza.

Tutt’intorno l’ ideologia nazista contagia ogni strato sociale senza che nessuna cultura o spirito sportivo possano farvi argine, generando nelle sue vittime, ancor prima che il panico, incredulità e stupore.  Vienna non aspetta nemmeno che il Terzo Reich prenda formalmente il potere per dare inizio al pogrom. Per conformismo o convinzione il consenso è trasversale: dal cameriere al barone nessuno vuole farsi sfuggire la grande opportunità di odiare. Da lì in poi è una discesa all’inferno, dove la guerra simulata su una scacchiera diventa guerra reale, con una terribile posta in gioco.

PS. In questo libro oltre a molta storia c’è un po’ di attualità: scampati al processo di  Norimberga, buona parte dei criminali nazisti rimasero in Germania del tutto impuniti, conservando gli averi e la posizione sociale. Così come fecero Gherard Sommer, Werner Bruss, Alfred Concina, Ludwig Goring, Karl Gropler, Georg Rauch, Horst Richter e Heinrich Schendel, condannati in Italia e assolti in Germania per la strage di Sant’Anna di Stazzema. Peccato che, a differenza del personaggio di Mauresing, questi qui non si siano sparati il colpo in testa (vedi : LA STRAGE SENZA COLPEVOLI, su Il Manifesto 2/10/2012).

Il libro: Paolo Mauresing, La variante di Lunenburg, Adelphi, 2003, 158 p.

Il procuratore della Giudea

Lo so che Anatole France è un premio nobel per la letteratura. Lo so che “Il Procuratore della Giudea” è stato definito da Sciascia “il racconto perfetto”.
So anche che la recensione che segue mi qualificherà come una grezzona che di letteratura e filosofia non capisce un belino …. ma questo dialogo fra un vecchio amministratore coloniale razzista e irrancidito e un figaiolo impenitente (tal Lamia) mi lascia alquanto perplessa.
Sicuramente il primo impatto con le opinioni di Pilato sugli ebrei è decisamente greve, in particolare in un passaggio agghiacciante: “Non si riuscirà mai a domare un popolo simile. Bisogna non farlo più esistere. Bisogna distruggere Gerusalemme dalle fondamenta. Ed è possibile che, per quanto vecchio, mi sia dato di vedere il giorno in cui le sue mura crolleranno, i suoi abitanti saranno passati a fil di spada e il sale sarà sparso sulla piazza dove il tempio sorgeva. E in quel giorno mi sarà infine resa giustizia“.
Ok, France ha scritto il racconto nel 1902 e non poteva prevedere che 40 anni dopo Hitler l’avrebbe preso in parola.
E’ inoltre verosimile che un Pilato, ex scherano dell’impero, potesse pensarla a quel modo nei confronti di una popolazione dominata che, “incredibilmente”, rifiutava e combatteva la civiltà romana imposta con la spada.
Quello che non ci stà però è la risposta di Lamia – colui che nel racconto dovrebbe avere il ruolo di contrastare il delirio sanguinario dell’ex prefetto – il cui argomento principale è che non bisogna odiare gli ebrei ….. perché è un popolo pieno di belle gnocche !!!!! Cioè, se fossero state chiatte, baffute e strabiche si sarebbero potute tranquillamente sterminare ??? Ma chi è questo Lamia, un antenato di Berlusconi ??
Le posizioni attribuite a Pilato rispecchiano l’antisemitismo diffuso al tempo di France, il quale si schierò decisamente con Zolà a sostegno di Dreyfus. Per questo mi sarei aspettata dall’autore del libello un’articolazione più profonda delle argomentazioni antirazziste.

Quanto all’apologia dello scetticismo osannata da Sciascia, Pilato esprimerebbe l’umana impossibilità di conoscere la verità tramite i propri limitati sensi, in quanto mostra di ignorare l’enorme portata storica dell’unico atto per cui verrà ricordato nei secoli: la crocifissione di Cristo.
Ma, tanto per essere scettici fino in fondo, siamo sicuri che per l’emergere e l’affermarsi del cristianesimo come fenomeno storico complesso sia stato poi così fondamentale l’esistenza o meno di un Cristo e la sua eventuale crocifissione ?

Il libro: Anatole France, Il procuratore della Giudea, Sellerio, 2008, 55 p.

Desideri/segnalazioni

Luce Fabbri, Luigi Fabbri. Storia d’un uomo libero, BFS, Pisa 1996.

Giorgio Boratto, Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini, Einaudi,  2001, pp. 339

 

Roberto Carocci, Roma sovversiva. Anarchismo e conflittualità sociale dall’età giolittiana al fascismo (1900-1926),  Odradek, pp. 346.

 

Eros Francescangeli, Arditi del Popolo. Argo secondari e la prima organizzazione antifascista, Odradek, 328 p