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La controrivoluzione preventiva. Riflessioni sul fascismo

“Il fascismo è il prodotto più naturale e legittimo della guerra; dirò anzi ch’è la prosecuzione in ogni paese della guerra mondiale cominciata nel luglio 1914 e non ancora finita, malgrado tutti i trattati di pace. La guerra dal 1914 al 1918 si combatteva non soltanto alle frontiere, ma anche all’interno di ogni nazione. Dovunque la così detta “unione sacra” contro il nemico esterno fu una menzogna convenzionale, che ciascuno accettava pro-forma pur sapendola una finzione. La coazione statale e militare impediva lo scatenarsi delle ostilità all’interno, e così pure lo impediva il timore di danni peggiori susseguenti ad una eventuale invasione straniera …. In realtà all’interno di ogni paese v’era per ciascuno qualche cosa odiata più profondamente del nemico esterno”.

L’analisi di Luigi Fabbri sulle origini e la natura del fascismo è di una lucidità e eccezionale, tanto più sorprendente se si pensa che è stata scritta nel ’21, con gli avvenimenti a caldo. È anche vero che a quei tempi  il dibattito volava alto. Pochi anni prima la Rivoluzione  si  era posta concretamente all’ordine del giorno in Russia e in Germania , e il livello del pensiero politico era conseguente.

Per l’autore è proprio la rivoluzione mancata in Italia che ha permesso la riorganizzazione violenta della borghesia:  quelle  occasioni sprecate  – i moti contro il caroviveri del ’19, la sollevazione di Ancona e l’occupazione delle fabbriche del ’20 – dai socialisti per assenza di volontà, dagli anarchici per debolezza.

Mi piace questa impostazione che lungi dal piangersi addosso  ricerca le responsabilità anche della propria parte: non aver saputo/voluto sfruttare la massima debolezza dello Stato, uscito dal primo conflitto mondiale nel più totale discredito e con la forza armata a pezzi: l’aver allertato l’avversario di classe con proclami rivoluzionari senza poi saper essere conseguenti con le proprie parole d’ordine.

Fabbri per primo introduce un concetto che gli sopravviverà: il fascismo come controrivoluzione preventiva. Non come reazione ad un moto rivoluzionario che in Italia non si diede, ma  come modalità  di contrasto di possibili rivoluzioni future.  Il fascismo  viene visto al di là della sua connotazione di fenomeno storicamente determinato, viene svincolato dai suoi attori contingenti, e  inteso come una  “funzione” che la borghesia può riutilizzare ogni volta lo ritenga necessario.

Il fascismo risponde alle necessità di difesa delle classi dirigenti della società moderna. Come tale, non bisogna identificarlo troppo con le formazioni ufficiali, numerate, controllate e tesserate dei “Fasci di combattimento” … “ Quando la pressione delle masse operaie si farà di nuovo più minacciosa per le classi dirigenti, queste potranno  sempre tirar fuori  dal loro arsenale l’arma del fascismo”.

Fabbri  descrive la connivenza col fascismo della classe dirigente tutta, dai padroni e gli agrari che lo finanziavano, ai vertici delle forze armate, alla magistratura, ai questori e prefetti. Descrive la complicità/contiguità fra fascisti e forza pubblica, che apertamente armò i fascisti, spesso spalleggiandoli nelle azioni. Fascisti e forza pubblica affratellati dal fatto di svolgere la stessa funzione, chi illegalmente, chi legalmente (un concetto su cui potremmo ragionare ancor oggi).

Accanto alle analisi generali, nel libro si descrivono gli incendi delle Camere del Lavoro e delle cooperative, le esecuzioni di compagni, le spedizioni punitive, la persecuzione della popolazione slovena in Friuli con la distruzione di interi villaggi. Si riportano alcuni fatti della storia della mia città che mi erano del tutto sconosciuti, quali l’assalto dei fascisti al Comune di Bologna durante  l’insediamento del  sindaco socialista Enio Gnudi, il 21 novembre 1920, che finì con 11 morti e il commissariamento prefettizio del Comune.

Sono fatti che non hanno mai trovato molto spazio nella retorica dell’antifascismo, quella  confinata nelle commemorazioni ufficiali. Credo che il  PCI  abbia preferito glissare su tutto quel periodo, limitandosi alla celebrazione della Resistenza, che poneva meno problemi per le sue connotazioni patriottiche e interclassiste.

Ricordare quel periodo poteva forse risultare scomodo, riportando  alla memoria come, nel pieno delle violenze squadriste dei primi anni ’20, votarono il governo Mussolini  gente come De Gasperi, Gronchi, De Nicola, gli stessi che nel dopoguerra assursero ai ranghi più alti della giovane Repubblica.  E come giustificare dopo tanta violenza, l’amnistia e la mancata epurazione. “Nel 1960 si calcolò che 62 dei 64 prefetti in servizio erano stati funzionari fascisti. Lo stesso valeva per tutti  i 135 questori e per i loro 139 vice. Poi, dopo il ‘’68, vennero le stragi”.

Stà qui l’attualità del pensiero di Fabbri e la sua lungimiranza: il fascismo come “funzione” non si esaurì, infatti, con la fine del ventennio.

Il libro: Luigi Fabbri, La controrivoluzione preventiva. Riflessioni sul fascismo, Zero in Condotta, 2009, 124 p. Si scarica in inglese.

Leggi l’introduzione redatta dall’Assemblea Antifascista Permanente di Bologna. Alcuni stralci dal sito antifa.

Desideri/segnalazioni

Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Missione di inchiesta delle Nazioni Unite sul conflitto di Gaza (Rapporto Goldstone) , Zambon, 2011, 640 p.

 

Miriam Marino, Festa di rovine, Città del Sole Edizioni, 2012 .

Claudio Tamagnini, 100 giorni nella Palestina occupata. Raccolta dedicata a Mustafa Tamimi martire per la libertà, Gruppo Editoriale L’Espresso, 2012.

Forum Palestina,  Palestina: una terra cancellata dalle mappe. Dieci domande sul sionismo, Rinascita edizioni, 2010, 160 p.

 

Angela Lano,  Verso Gaza, Emi Edizioni, 2010, 175 p.

Miryam Marino, Diario di un viaggio in Palestina, 2010, 110 p.

 

Michele Trotter Pietro Luzzati,  L’occupazione. Vivere in Palestina,  Ombre Corte, 2007, 65 p.

 

 

Solera Gianluca,  Muri, lacrime e za’tar. Storie di vita e voci dalla terra di Palestina, Nuova Dimensione, 2007, 448 p.

 

Marcella Emiliani, La terra di chi? Geografia del conflitto arabo israeliano palestinese, Il ponte, 2007, 160 p.

Guido Valabrega, Lo Stato di Israele  (1972/1988), Piccin-Nuova Libreria, 1995.

Gianni Pinnizzotto (a cura di), Effetti collaterali, Edizione Graffiti ,  2009

Vauro,  Palestina su carta, il manifesto, 2003, 63 p.

Gaza. Restiamo umani

«Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola» mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue.
«Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato». Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua. «Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste…». Jamal continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. «Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l’ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quali sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati».
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La notte fra il 14 e il 15 aprile è stata uccisa una delle persone migliori di questo paese. Così lontano dalla miseria umana che ogni giorno viene espressa dalle nostre cronache. Così insolito – in un mondo di gente disposta a vendere il culo in cambio di un piatto di lenticchie – uno che rischia la libertà, l’incolumità, la pelle per non abdicare alla propria umanità.
Unico italiano sotto le bombe israeliane a Gaza, Vittorio ha redatto la cronaca del massacro denominato “Piombo fuso” dal 27/12/08 al 18/01/09. Leggere e diffondere il suo libro è anche un modo per continuare la sua opera, per rompere il muro della censura.

Bilancio dell’operazione Piombo Fuso:

1366 palestinesi uccisi (430 bambini, 111 donne, 6 giornalisti, 6 medici, 2 operatori Onu)
5360 feriti (1870 bambini, 800 donne)
16 strutture ospedaliere colpite (tra cui l’ospedale al-Quds distrutto)
3 scuole dell’Unrwa in macerie
18 scuole danneggiate
19 moschee
215 cliniche
28 ambulanze
20 mila edifici bombardati
distruzione totale dei campi coltivati e delle serre, degli alberi e delle industrie
5000 famiglie senza tetto
90 mila persone fuggite da casa
1 milione di kg di bombe (di cui il 5% ancora inesplose) lanciate dall’aviazione, dalla marina e dall’artiglieria israeliane.

Il libro: Vittorio Arrigoni, Gaza. Restiamo umani, Il Manifesto, 2009, 127 p. Si scarica da http://www.ilmanifesto.it/archivi/vittorio-arrigoni/restiamo-umani/

Il blog di Vittorio (che viene tuttora aggiornato): http://guerrillaradio.iobloggo.com/.

Aspettando il voto delle bestie selvagge

Vi ricorda qualcosa, o qualcuno ?

“L’imperatore era entusiasta dei vantaggi di ciò che chiamava il progetto della sua vita… Si trattava di fare del parco imperiale di Awakaba un luogo di incontro informale dei capi di Stato di tutto il mondo. Essendo Awakaba il parco più vasto e più ricco di fauna da caccia del mondo, l’Imperatore voleva attribuire a ogni capo di Stato una zona di caccia e un palazzetto personale. Ogni palazzetto sarebbe stato meravigliosamente arredato e fornito di una squadra di donne zendè che si sarebbe incaricata di tenere in forma i capi di Stato dopo le interminabili riunioni dell’ONU. I capi di stato, per via delle prestazioni delle donne zendè, si sarebbero affezionati ad Awakaba…. e un giorno il voto unanime di tutti gli Stati avrebbe consacrato il trasferimento dell’ONU a Awakaba”.

Ma che avete capito? Kouruma si riferisce a Bokassa, non ad un certo satrapo nostrano !!!

Tralasciamo gli aspetti grotteschi e pensiamo alle cose serie.
3 aprile 2011: 1000 morti in Costa d’Avorio in seguito ai combattimenti fra le truppe di Laurent Gbagbo – il presidente uscente (che non ha nessuna intenzione di uscire) – e le milizie di Alassane Ouattara – il vincitore delle elezioni.

22 marzo 2012: un mese prima delle elezioni presidenziali in Mali, il capitano Amadou Haya Sanogo prende d’assalto il palazzo presidenziale nella capitale Bamako e rovesciando il presidente Amadou Toumani Toure.

La cronaca aggiorna la trama di questo libro nell’infinita ripetizione di colpi di stato e massacri.

Nel testo di Kouruma la ripetizione è canone narrativo, ma non è solo una questione stilistica. Il ritmo cadenzato e ciclico del “donsomana” (la narrazione rituale delle gesta del dittatore) rimanda a una storia dell’Africa Occidentale che si ripropone sempre uguale a se stessa, nelle forme del dominio francese, nei percorsi di accesso al potere dei fantocci dei regimi post coloniali, così simili fra loro per le modalità dell’azione dittatoriale, oltre che per bizzarrie, superstizioni e efferata ferocia.
Si distinguono le parodie di Eyadéma, Houphouet-Boigny, Hassan II, Mobutu, Bokassa, Sékou Tourè, ma il protagonista è il Dittatore africano in sé, per anni pedina inamovibile di uno o l’altro dei blocchi della guerra fredda, che infine affronta l’instabilità causata alla caduta del muro e il conto presentato dal FMI.
Sfrondato dalle ripetizioni, dalla trasposizione dei fatti in chiave magica, dalle lunghe descrizioni delle deliranti stravaganze del dittatore di turno, in questo libro rimane però ben poco di nuovo per la comprensione della storia africana.
Mancano attori importanti (le multinazionali, FMI e BM, i mercati delle armi e delle materie prime, l’odierno conflitto interimperialista per il loro possesso, l’estendersi dell’influenza cinese)… e se l’oggetto del libro è “il Potere” in Africa, non sono omissioni di poco conto.

Insomma, troppe parole per pochi contenuti, anche se emergono alcune belle pagine, come il panegirico sui guerrieri Viet.

Il libro: Ahmadou Kourouma, Aspettando il voto delle bestie selvagge, E/O, 2006, 421 p.

L’incubo di Darwin

L’inizio del DVD è quasi rassicurante: un uomo magro trascina su un carretto un pesce enorme, e tu pensi: “Beh, almeno oggi mangerà”. Non è così. L’immagine è il prologo di un incubo che per te dura il tempo di un documentario, per gli abitanti delle sponde del Lago Vittoria dura tutta la vita.
Quando finisce (per te, non per loro), e ingoi le lacrime di rabbia, non sai chi odiare di più: i trafficanti d’armi, i governanti locali, i commissari dell’UE, i preti che sconsigliano il preservativo davanti al dilagare dell’Aids, gli stupratori/assassini, il persico del Nilo e lo stronzo che ha “sperimentato” la sua introduzione nel Lago Vittoria, e tutti quelli che si arricchiscono esportando tonnellate di pesce da un paese che crepa di fame, riempendo le pance vuote degli aerei appena sgravate dai carichi di armi.
Ti rimane addosso un senso di morte: la morte di un ecosistema, la morte per fame, malattia, violenza, sfruttamento … capitalismo insomma. Ti rimangono addosso gli occhi di chi muore, bambini che si pestano per contendersi una buatta di riso, ragazze massacrate dai clienti, e quel guardiano che spera in una guerra “che almeno ti danno una buona paga, anche se rischi di morire, ma tanto qui si si muore lo stesso”.

Nel libro che accompagno il DVD, il regista Hubert Sauper descrive così la genesi di un documentario girato pericolosamente: “In “L’incubo di Darwin” ho cercato di trasformare la bizzarra storia del trionfo di una specie ittica e dell’effimero boom generato da questo pesce in una allegoria ironica e terrificante di quello che viene chiamato il Nuovo Ordine Mondiale. Avrei potuto fare lo stesso tipo di operazione in Sierra Leone, solo che lì al posto del pesce ci sarebbe stato un diamante, in Honduras una banana mentre in Libia, Nigeria e Angola ci sarebbe stato il petrolio”.
Interessante il saggio “Un microcosmo in bilico” di Goldschmidt Tijs, che entra nel dettaglio della catastrofe ambientale causata dall’introduzione del Persico del Nilo per lo sviluppo della pesca industriale nel lago Vittoria.

Il libro + DVD: Goldschmidt Tijs, Hubert Sauper , L’incubo di Darwin, Feltrinelli, 2006, 49 p.

Ancora un giorno

Carlotta sorride in copertina nel suo ultimo giorno di vita.
La guardo spesso e a lungo, così allegra, coraggiosa e bella, prima di essere uccisa nell’atto di proteggere il suo paese, la sua gente, gli stranieri che le erano stati affidati.
Da quel giorno, reso eterno da una foto, non ha più cantato, amato, combattuto.
Si è anche risparmiata parecchie cose: l’invasione sudafricana dell’Angola, il massacro di Cabinda e gli altri orrori perpetrati da Savimbi e da Holden Roberto, il volo degli avvoltoi della De Beers sui diamanti angolani.
Si è risparmiata più di 20 anni di guerriglia dell’UNITA, terminata soltanto quando il presidente Dos Santos decise di rivolgersi direttamente ai padroni dei suoi nemici (cedette agli USA, in cambio della pace, l’appoggio alle aggressioni dell’Iraq e dell’Afganistan).

Sotto gli occhi di Kapuscinski Luanda è una città che migra: alla vigilia della guerra civile i Portoghesi abbandonano il paese come i topi una nave che affonda.
Imbarcano sui cargo diretti in Europa o in Brasile interi pezzi della capitale, che si allontana oltremare lasciando dietro di se involucri vuoti.
Calvino l’avrebbe aggiunta a pieno titolo nel repertorio delle sue città invisibili.
Segue la quotidianità dell’assedio, prima annunciato – la paura crescente di qualcosa che ancora non si concretizza – e poi sempre più reale, l’abbandono, la sporcizia, la scomparsa del cibo e dell’acqua e di ogni tipo di attività utile all’uomo.
Fino a che anche il reporter polacco decide di cambiare aria, lasciandoci dentro uno scenario sospeso di devastazione e incertezza.

Il libro: Ryszard Kapuscinski, Ancora un giorno, Feltrinelli, 2008, 144 p.

La brava terrorista

La Lessing parla a vanvera di un mondo che non conosce. Dubito infatti che a 60 anni suonati la signora usasse frequentare ragazzine punk e case occupate.

Il libro l’ho trovato veramente fastidioso, caricaturale, mistificante, diffamatorio. Non vedo cosa c’entrino gli squatters con le bombe a Londra negli anni ’70-’80, che sono tutte ricollegabili al conflitto nord irlandese, e che anche a volerne parlare non meritano una trattazione così superficiale.

Un libro, dicevo …

Diffamatorio: perché accolla attentati dinamitardi a chi non ne ha mai fatti.

Mistificante: perché astrae completamente la questione delle bombe (un fatto maledettamente serio) dal suo contesto storico e politico.

Caricaturale: perché dipinge gli squatters come un branco di scoppiati, ragazzine fuori di testa dal conflitto generazionale irrisolto e psicopatici in genere. Intendiamoci: gli scoppiati esistono fra gli squatters, come all’interno di qualsiasi gruppo umano, ma qui è veramente troppo !!!

Tutta questa costruzione per finire a chiedersi: com’è che una ragazza  brava e altruista (la protagonista Alice)  decide di spargere bomba amminkia in giro per la città ? Rispondo: e io checcacchio ne so? La tipa, l’attentato e il contesto delirante te li sei inventati te di sana pianta, cara Doris ! Dammela te una risposta, se ne hai ! Capace che perdo tempo a psicanalizzare una tizia che non esiste ?

Se invece la domanda fosse : “com’è che tante persone  degne hanno scelto, nei loro vari contesti, di darsi alla lotta armata ?”, per chi vuol capire davvero  non mancano le biografie o saggistiche più serie.

Il libro: Doris Lessing, La brava terrorista, Feltrinelli, 1985, 350 p.

Garbatella Combat Zone

(ATTENZIONE: contiene anticipazione sul finale) .

Ma come ?!!! Un protagonista così cazzuto, capace di destreggiarsi fra coatti, caramba e narcos messicani, che alla fine si fa fregare come un pivello, con il classico “cherchez la femme” ???
Garbatella combat zone è un libro che induce riflessioni. Per quanto sia un personaggio improbabile, Valerio esprime una contraddizione comune a molti: l’incongruenza fra ciò che vorresti/dovresti essere – per utopia e per coerenza con la tua storia familiare e sociale – e ciò che alla fine le tue scelte ti portano a diventare
E’ la storia del tentativo costante di trovare una coerenza, una linearità, fra questi due livelli, fino a che non si arriva a un punto in cui è la contraddizione a scegliere per te.
Ti lascia addosso una costante sensazione di perdita: delle radici, delle persone, delle appartenenze. Accattivanti le ambientazioni.

Il libro: Massimiliano Smeriglio, Garbatella Combat Zone, Voland, 2010, 176 p.

La strana vicenda del professor Bombrini

Marcello Bombrini, enfant prodige della ricerca odontoiatrica, ha commesso parecchi errori:
– ha scoperto un rimedio definitivo per debellare la carie dentaria;
– non ha considerato gli immensi interessi che tale scoperta mette in discussione;
– ha la presunzione ostinata di voler pubblicizzare e diffondere la sua grande invenzione.
Da qui l’origine di un crescendo allucinato che lo obbliga ad una profonda metamorfosi e ad un radicale cambiamento di vita e di visione del mondo.

Carino, soprattutto nella descrizione inziale del soggetto, che potrei applicare a un sacco di gente che conosco: “Marcello Bombrini apparteneva a quell’aleatoria schiera di giovani che, abbandonata in tempo l’illusione politica, si era proiettata convulsamente verso altri motivi d’affermazione. Volontà e passione ideologica si erano fortunosamente stemperate ad un passo dalla catastrofe; in seguito, non gli restò che impiegare le stesse doti per fini universalmente apprezzati. Coi primi reumi e l’incipiente stempiatura, finirono i tempi del ” meglio bruciarsi che spegnersi lentamente “. Da lì in avanti avrebbe accumulato scorte per restare acceso il più a lungo possibile.”

PS Dopo “Caccia al Cristo” è il secondo libro sulla fuga che mi sparo nello stesso giorno. Mi sento un po’ in ansia

Il libro: Pino Cacucci, La strana vicenda del professor Bombrini, Ruggiero, 98 p.