Il piccolo diavolo nero

1898. L’esistenza più o meno serena dei cinque perdigiorno che per tutto il libro hanno cazzeggiato di ciclismo impatta con i moti di Pavia e Milano e con la carneficina guidata da Bava Beccaris. E’ la perdita dell’innocenza. Da allora si disperderanno e la loro vita non sarà più la stessa.
Manfredi ci introduce nella “rivolta dello stomaco” da vari punti di osservazione: le barricate, le infermerie improvvisate, i tetti della città, le redazioni dei giornali (bella figura il Corriere della Sera ! Complimenti!).
Ci introduce anche nelle pieghe dell’animo umano, di chi a fronte dell’emergenza tira fuori il coraggio o la vigliaccheria.

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Alle grida strazianti e dolenti
di una folla che pan domandava
il feroce monarchico Bava
gli affamati col piombo sfamò.
Furon mille i caduti innocenti
sotto il fuoco degli armati caini
e al furor dei soldati assassini
«Morte ai vili!» la plebe gridò.
Deh non rider sabauda marmaglia
se il fucile ha domato i ribelli,
se i fratelli hanno ucciso i fratelli
sul tuo capo quel sangue cadrà.
La panciuta caterva dei ladri
dopo avervi ogni bene usurpato
la lor sete han di sangue saziato
in quel giorno nefasto e feral.
Su piangete mestissime madri
quando scura discende la sera
per i figli gettati in galera
per gli uccisi dal piombo fatal.

(Inno del sangue – Il feroce monarchico Bava)

Il libro: Gianfranco Manfredi, Il piccolo diavolo nero, Tropea, 2001, 352 p.

 

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