Due colori esistono al mondo. Il verde è il secondo.

Filastrocca di quando buttavano a mare i tram

Dedicata a nonna Gigina che della rivolta fu figlia, vide il fuoco dalle canne dei fucili, fu portata a onorare quei morti e da vecchia inventò favole in versi per il bambino che non voleva prendere sonno, favole di volpi e formiche.

Cosa dici del pane?
E del vino e del pesce
e dell’uva cui non basta
la nostra miseria?
E di Teresa che si è fatta inforcare
senza anello, neanche questo ti stuzzica?

Non sei muta, anche se vorresti,
hai storie lunghe e contorte da narrare,
e pensi
anche se cerchi e credi di nasconderlo.

Ancora un’ora,
un’ora sola di cammino
e saremo al mercato,
ancora una mattina,
una mattina di lavoro
e torneremo al paese.
Nelle botteghe del porto
buchi neri nei muri
non si vende niente
e sui battenti
appesi al sole
secchi e salati
baccalà in fila
come soldati.

Sui ciottoli arsi del porto
donne scavate in viso
dalla fame senza speranza
pisciano immobili
senza sollevare le gonne.

So cantare le nenie nere dei funerali
allattare i bambini con queste titte secche
e vorrei un giorno di festa
mangiare pane bianco fino a sentire
la gioia del ventre troppo pieno
so cucire le stoffe
arrostire le orate
e in casa blatte e topi
li cacciamo coi bastoni.

Quando mi prende il mio uomo
sposo benedetto dai ministri di Dio
solo buio,
d’inverno coperti d’orbace
l’alba ci sveglia
coi brividi di gelo.

Uomini piegano la schiena
a strappare sale,
la pelle a vent’anni
sfregiata di ferite
che non scompariranno,

impiegati affamati
in giacche ereditate
da padri impiegati
affamati,

commessi e operai,
donne e pescatori

vedono ogni giorno, ogni ora che passa,
come il bisogno sopravanzi i mezzi
soltanto per loro
mentre baroni, marchesi e ruffiani
della città murata ingannano i giorni
guardando il mare da alte finestre
e sparlando di tutti al Caffè Genovese
fino all’ora del pasto ricco di sapori.

Un quarto del pesce pescato nello stagno è per il Re.
Un quarto del pesce pescato nello stagno è per il dazio.
Un quarto del pesce pescato nello stagno al padrone della barca.
Un quarto del pesce pescato nello stagno ai miei sette figli,
erano undici, quattro sono morti prima di avere un anno
e non ho pianto,
un quarto del pesce pescato nello stagno a undici bocche
non sarebbe bastato.

Il giorno cinque maggio del novecentosei,
bel sole,
le sigaraie stanche cercano comprensione
dal sindaco Bacaredda galantuomo
che ha il nome straniero Ottone
e prepara la mente ai piacevoli incontri
dell’estate imminente.

Per noi da tanto
dimenticata la carne
di pecora e manzo,
di porco e coniglio,
il muggine pescato
dalle reti dei figli
non lo vedremo in tavola
se ne va in testa
ai ragazzini
in compagnia di pesche
uva e carote
dal mercato a casa
delle Vossignorie
per centesimi due.

Vossignoria Ottone che comprende
Vossignoria Ottone che comanda
ci deve aiutare.
Dove sta scritto
Figlie mie belle
Chi mai l’ha detto
Mamme e sorelle
Che dobbiate mangiare
Carne?
Non è a buon prezzo
Il pesce in mare sfugge
La frutta è da signori.
Non ho soldi da darvi
Li avrei dati di cuore

Non morirete per così poco
Mala pelle non muore
Nelle botteghe del mercato
C’è baccalà da buttare
Tre chili per un centesimo.

Oltre il danno la derisione.

Arrivano da Marina e Stampaji,
da Su Brugu e Palabanda,
da Biddanoa e Pirri,
da Paulli e Sarajus,
da ogni basso della città.

Sul marmo consunto del bastione bianco
dedicato a un santo franco e romano
oggi calpestato a piedi nudi
ritrovano se stessi nel furore.
Migliaia sono, migliaia di persone,
urlano e parlano come ubriachi
a un matrimonio
e non sanno ch’è funerale

Nacquero quel giorno sul marmo del bastione
bandiere rosso fiamma come ferite
e fiorirono al sole
mani scure di lavoro e fatica
degli schiavi del sale
e delle donne sformate
dai troppi figli amati.

Le loro mani, queste mani,
le loro ossa scarne, queste ossa,
si chiudono a pugno.

Adelaide Nieddu, Bonaria Cortis, Assunta Marini,
nomi di madonna, lavorano tabacchi.

Corrono, gridano, levano mani al cielo.

Sciopero.
Santa parola.

Puntate i fucili
ordina l’ufficiale savoia
e le guardie del Re
senza pennacchio
venute da veneti di fame
e disperate calabrie
si guardano attorno

Il sole regala
briciole d’allegria,
è quasi ora di pranzo,
corrono al porto,
gli scioperanti,
per buttare a mare i tram.

Ho visto Efisio, il santo,
ero in barca a pescare
e l’acqua era nero di seppia
e mi ha parlato, Efisio,
mi ha parlato e non sentivo
voce sul mare,
ha detto di lutti e sangue,
veli neri di donna, fucili,
sentivo la voce del santo
e sentivo il silenzio sul mare
ho creduto fosse in barca
mi sono voltato,
una spigola mi ha guardato,
non c’era nessuno con me.

La gente scende cantando
nei vicoli, non ha meta.

Negli angoli di strada,
nelle piazze,
alle finestre dei palazzi,
a cavallo dietro la folla,
carabinieri armati.

Il sindaco a quanto pare
ha deciso di non restare,
è andato via in carrozza,
torna la prossima settimana.

Un fiume di gente, in piena,
vola dritto alla Scaffa,
assalta i casotti di regia ruberia,
incendia gli scartafacci
sui quarti di pescato.

Stazione Reale, primi squilli di tromba.

I bambini corrono esaltati più che alla festa del santo.

Le ultime note si spengono nel silenzio
subito strappato dai primi spari.

Fuoco, guardie del Re,
fuoco, carabinieri,
fuoco
si fugge da ogni parte calpestando i vicini
fuoco
in trappola nella piazza bianca di sabbia
fuoco
spari a catena guardando il mare
fuoco
lacrime, morti.

Giovanni Casula, sedici anni, manovale.
Giovane come agnello da latte,
come agnello da latte innocente,
solo ieri diceva
Quando piscio dalla porta di casa
arriva giù lungo fino alla barca
di quel mandrone di Attilio.
E uno ridendo ha risposto
Vedrai più tardi a cosa ti serve
la lunghezza del pisciatore.
Era forte come un cavallo,
caricava sul collo pesi da uomo fatto
senza lamenti.
Non potrà più battersi
né guadagnare il soldo
né sapere a che serve
davvero la lunghezza del pisciatore,
né essere sepolto con onore in terra santa
seguito da un corteo di nipoti affamati.

Fuoco, guardie del Re,
fuoco, carabinieri.

Adolfo Cardia, diciannove anni, pescatore.
Lo vedevo ogni giorno fin da bambina
e un giorno mi ha guardato con occhi
che parevano chiodi pestati sui miei occhi.
Mi ha preso con forza.
Dai sogni è passato affianco nel letto
e mi pareva di sognare quando con furia di cane
la notte mi urlava ogni ingiuria all’orecchio.
Lo piango come si piange un aguzzino
familiare e amato.

Fuoco, guardie del Re,
oltre ai morti i feriti,
e i calpestati dalla folla
pazza di paura.

Il piombo non basta, questo primo piombo.
Gli arrestati pei tumulti chiusi in Prefettura,
la prefettura assediata da migliaia di urlanti,

le porte si aprono alla libertà degli eroi

la voce corre in fretta, la pianura è piccola,

gli ortolani lasciano le zappe,
i panettieri chiedono denari pagati oltre misura al Re,
gente delle saline pur di non lavorare un giorno
farebbe qualunque cosa,
i minatori decidono di chiedere
l’orario di otto ore

tumulto generale.

Il parlamento a Roma è convocato d’urgenza. Il ministro Cocco Ortu, sardo di natali, invoca l’intervento
delle navi da guerra. Dai banchi di sinistra si levano proteste.

Arrivano le truppe dei cristi affamati
con la divisa addosso, fanti e carabinieri,
bersaglieri e marinai, cannoni e fucili,
dai porti di Napoli, Genova, Palermo, Livorno,
valligiani piemontesi, pastori lucani,
senzaterra lombardi, braccianti siciliani,
esasperati dal viaggio interminabile
nella stiva assieme ai maiali,
togliendo e mettendo in tasca cento volte
le foto consunte di mamma e fidanzata,
uguale è la pena, la fatica di tirare avanti,
di padri e fratelli nei paesi lontani,
vengono per uccidere, hanno paura.

Portatori di morte per gente lontana,
per culi che stanno al caldo.

A Gonnesa tre uccisi.

Portatori di morte senza coscienza.

A Nebida uno.

Portatori di morte senza in fondo volere.

A Villasalto due.

Uguali le facce di fame antica dei morti e dei soldati.

Uno a Bonorva.

Nelle miniere memoria di Buggerru è fresca come mare,
scoppia più forte insurrezione,
la città si ritira
ma i minatori sono gente dura.

A Gonnesa diciassette uccisi.

Sei a monte Scorra.

Sette a Nebida.

Non bastavano le celle, presero i magazzini,
i sardi catturati ammassati come sardine
impararono a proprie spese il prezzo
dell’ordine savoia
dei padroni di città e miniera,
di stirpe anzena
serviti da sardi pavidi e scrocconi.

Il giovane Antonio Gramsci in una camera povera tremando nella giacchetta
scriverà nelle pause fra lo studio di greco, latino e filosofia:
Qui domina ancora il ministro Cocco Ortu, malefico genio per la gente sua.

Che mi dici del pane?
E di Teresa che si è fatta inforcare senza anello?
Non sei muta, anche se vorresti,
hai storie lunghe e strane da raccontare
e pensi, anche se cerchi e credi di nasconderlo.

Sono stanca e la corbula è ancora piena.
A che serve parlare?

Il libro: Sergio Atzeni, Giovanni Dettori (Curatore), Leandro Muoni, Due colori esistono al mondo. Il verde è il secondo, Il Maestrale , 1997.  Si scarica in pdf.

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