Lontano dal podio. Quando il ’68 investì lo sport

di Giovanni Iozzoli (*)

Nel fiume torbido di celebrazioni relative al cinquantennale del movimento del ’68 – una narrazione edulcorata portata avanti da pentiti, dissociati e millantatori di ogni sorta – si distinguono qua e là, alcuni lavori di rigore storiografico e autentico interesse: è il caso di Storie di sport e politicaUna stagione di conflitti 1968-1978 (Mimesis pp. 284), dei ricercatori modenesi Gioacchino Toni e Alberto Molinari, i quali indagano l’impatto travolgente che il movimento esercitò su tutti gli aspetti della pratica e della cultura sportiva, dalle ribalte olimpioniche alle dinamiche dello sport di base.
Fino al 1968, la pseudo ideologia pedagogico-sportiva decoubertiana, aristocratico-borghese e perbenista, aveva collocato lo sport in una dimensione di neutralità rispetto alle contraddizioni della società – il mito eterno di Olimpia che seda i conflitti.
A partire dal ’68 la pretesa di intendere lo sport come luogo incontaminato viene messa in discussione, in sintonia con la rapida crescita delle culture critiche in ogni ambito sociale.
Quello sportivo comincia a diventare uno spazio “conteso”, in cui visioni e pratiche confliggenti maturano e si scontrano.

Il rapporto politica-sport è affrontato dagli autori ricostruendo in forma antologica le rappresentazioni date dalla stampa italiana degli eventi epocali di quella stagione.
Sono spesso reazioni di scandalizzata chiusura verso ogni contaminazione del sacro perimetro sportivo, ma anche prime inedite forme di attenzione per i risvolti sociali di quel mondo, fino ad allora mai considerati.
Nella bella prefazione di Gian Paolo Ormezzano, l’anziano maestro del giornalismo sportivo (e non solo) rivendica di essere stato il primo a inserire, nel suo Tuttosport, una breve rubrica sull’attualità quotidiana – e di come questa cosa, oggi scontata, corresse il rischio, all’epoca, di sembrare un’eresia.

Da Città del Messico a Monaco

Il crepuscolo degli anni Sessanta è gravido di fiamme e tensioni, come mai dalla fine della seconda guerra mondiale. Mentre negli Usa i neri americani insorgono nelle metropoli in forme massicce e spesso armate (decine di morti, quartieri devastati, esercito per le strade), mentre l‘imperialismo si impantana nelle risaie vietnamite, mentre nel cuore coloniale dell’Africa il segregazionismo schiaccia i popoli e ogni idea di giustizia, migliaia di sportivi – e milioni di tifosi – cominciano a interrogarsi sul senso delle grandi competizioni internazionali.
Le Olimpiadi, la Coppa Davis, i tornei calcistici, al fianco dello spettacolo propriamente sportivo, mettono in scena una finzione di uguaglianza tra i popoli e una spettacolarizzazione della democrazia come rito collettivo, consumista e massificato.
Gli atleti afroamericani si domandano se sia giusto correre sotto le insegne di una bandiera che non rappresenta i neri; Cassius Clay affronta il carcere e la perdita del titolo mondiale a testa alta; molte nazioni non tollerano la presenza della selezione sudafricana ai Giochi del Messico, mentre lo stesso regime priista messicano si macchia della atroce strage di Piazza delle Tre Culture, proprio alla vigilia delle Olimpiadi.
In pochi mesi le istituzioni sportive sovranazionali vengono travolte – esattamente come i parlamenti, il mondo accademico, i luoghi della produzione – e le nuove istanze determinano una riscrittura dei linguaggi e della geografia del potere.

La parola d’ordine che prelude alle Olimpiadi del ’68 è: boicottaggio.
Per la prima volta l’esclusione – o l’auto-esclusione – dalla competizione potrebbe rappresentare una formidabile presa di posizione politica.
I movimenti progressisti di tutto il mondo ritengono intollerabile fingere la “normalizzazione” olimpica con il sangue ancora fresco di decine di studenti massacrati nel centro della capitale messicana; e si fa sentire una nuova generazione di atleti consapevoli che cominciano a porsi il problema del proprio ruolo dentro lo spettacolo sportivo: anche in braghette corte, sono pur sempre ragazzi del ’68 e assorbono pienamente echi e tensioni del periodo.
Bene fanno gli autori a proporre una piccola rassegna dei giornali (non solo sportivi) italiani: l’invito a moderare i toni, a non inseguire gli agitatori professionisti, a non darla vinta a chi vorrebbe rovinare la festa e profanare i recinti pacificati dei Giochi, disegnano la solita Italietta impastoiata nelle sue prudenze, così come il Comitato Olimpico nazionale di Giulio Onesti, che si barcamena tra spinte e controspinte.
Alla fine boicottaggio non sarà, ma l’elettricità che attraversa quella storica olimpiade, segnerà la storia dello sport e del costume: “Il 16 ottobre 1968 si corre la finale dei 200 mt piani. Tommy Smith vince fermando il cronometro sui 19,83 nuovo record mondiale della specialità, terzo è il suo compagno John Carlos.
Si arriva così alla premiazione dei pugni chiusi alzati verso il cielo che segnano indelebilmente le olimpiadi messicane e con esse un’epoca dello sport e non solo. Il gesto di Smith e Carlos, con la sua forza evocativa, è la più potente rappresentazione dell’intreccio tra sport e politica nel Sessantotto
” (p. 65).

E non si fa in tempo ad archiviare Città del Messico, che dietro l’angolo incombe Monaco ’72: “Trentasei anni dopo le Olimpiadi organizzate dal nazismo a Berlino, il CIO individua la Germania come sede della XX edizione dei Giochi che si svolgerà a Monaco. (…)
A partire dal motto – The Happy Games – gli organizzatori presentano l’evento nel segno dell’ottimismo: i Giochi devono essere una occasione di incontro gioioso tra i popoli e di “fratellanza” sportiva offerta da una Germania nuova, democratica, capace (…) di riconciliarsi definitivamente dopo la tragedia della guerra e la Shoa, con il resto del mondo e con la comunità ebraica” (p. 79).

Sappiamo come andò a finire: con la strage di Monaco, la dolorosa questione palestinese fa irruzione in questa vetrina della pacificazione. Non possono più esistere ambiti protetti, in cui non giungano le urla e i pianti del mondo. Lotta Continua scrive parole che suonano ancora attuali: “La guerra non si lascia confinare alle ‘zone più sfortunate’; la guerra arriva dovunque, con la sua ferocia, la sua violenza e dunque, prima di ogni altra valutazione, ricordiamoci che la violenza dell’attacco palestinese non è che una pallida immagine della violenza imperialista contro la popolazione palestinese” (p. 91).

Tra l’altro, quando i quattrocentisti di colore Matthews e Collett, a quattro anni di distanza, replicano i pugni chiusi sul podio di Monaco, verranno sbattuti fuori dal Villaggio Olimpico senza troppe discussioni.

Da Marx ad Adorno

Toni e Molinari attingono con rigore filologico a un’enorme quantità di materiali d’archivio, componendo un mosaico vivo e godibile, una sorta di racconto “in diretta” degli eventi di quegli anni.
E mettono in campo anche una rassegna delle riflessioni teoriche che il pensiero critico produce in quella fase convulsa e feconda, intrecciando così “cultura alta” e cultura popolare. Ecco allora gli scritti militanti di Pierre Laguillame, Ginette Bertrand, Andrè Rednae Jean Marie Brohm, giunti in Italia grazie al volume Sport e repressione, pubblicato in Italia nel 1971.
Tra marxismo e psicanalisi, questi saggi operano una critica radicale dello sport e della visione del corpo propagandata dalla cultura borghese in chiave repressiva e/o produttivista.
Anche il sociologo tedesco di ispirazione francofortese Gerhard Vinnai prova a svelare il carattere mistificante dell’ideologia sportiva, e del mondo del calcio in particolare, con il saggio Sport e alienazione nel mondo capitalista.
E lo stesso fa Ulrike Prokop ne Le Olimpiadi dello spreco e dell’inganno, con l’attacco alla retorica olimpica e alla dimensione agiografica della figura del barone De Coubertin.
Gli autori ripropongono frammenti scelti di queste riflessioni – alcune veramente profetiche – ripercorrendo i nessi nocivi che legano lo sport e le logiche di mercato, la cultura del corpo votata ossessivamente alla performance, le strumentalizzazioni del potere: cioè attualizzando questo patrimonio teorico e riflettendolo nello specchio del presente.
Scrive Laguilliame: “Lo sport si presenta come il modello più perfetto della competizione umana impegnata in tutto il globo e in tutti i settori. La legge della concorrenza si ritrova integralmente nell’organizzazione dei concorsi e dei campionati sportivi. (…) Lo schema Competizione-Rendimento-Misura-Record riflette perfettamente il processo di produzione capitalistico” (p. 107).

Il caso italiano 

Il lungo, lunghissimo ’68 italiano, vedrà la radicale trasformazione dell’associazionismo sportivo (storicamente di marca socialcomunista e cattolica) e l’emergere anche in questo settore di pulsioni autogestionarie, genuinamente di base, dentro/fuori le forme canoniche della pratica sportiva.
Gli autori ci ricordano che il movimento operaio italiano aveva già da mezzo secolo sdoganato lo sport, nella sua dimensione sociale, collettiva, emancipatrice – si cita la rivista Sport e Proletariato pubblicata nel 1923! – e lo stesso Togliatti nel dopoguerra incitava a rafforzare gli sforzi verso la valorizzazione dello sport come veicolo di organizzazione e diffusione dei valori socialisti.
La UISP che impatta il ’68 è già un grande e maturo movimento di massa, solidamente collaterale al partitone. Ma le tensioni sociali e le spinte ideali ne radicalizzeranno le posizioni nel corso del decennio. Attardata è invece la nuova sinistra: comincerà a interrogarsi sul fenomeno sportivo solo verso la metà degli anni Settanta, manifestando finalmente interesse per quello che si agita sui campi e, soprattutto, sugli spalti; una presa di coscienza opposta e speculare a quella dei vecchi “decoubertiani”: la fabbrica e la piazza non sono gli unici spazi sacri deputati alla lotta di classe.Nascono e si moltiplicano esperienze di sport di base.
Gli autori assumono l’esperienza del circolo Giovanni Castello di Roma come paradigmatica: pratica sportiva e piena consapevolezza politica educano una generazione alla partecipazione di massa e alla crescita ideologica.
E torna il tema dei boicottaggi che segnerà profondamente la società italiana: soprattutto a sinistra, soprattutto nei movimenti, soprattutto negli ambiti dello sport popolare e di base.
È lecito giocare la finale di Coppa Davis nella Santiago espugnata da Pinochet, nel 1976?
È giusto andare a Buenos Aires a disputare il Mundial del ’78, sotto la benedizione dei gorilla golpisti di Videla?
Passione civile, scontri drammatici, amore per lo sport vissuto, ci restituiscono il racconto di quegli anni ricchi e tormentati, in un paese talmente consapevole da risultare irriconoscibile, agli occhi del lettore di oggi.

Un testo assolutamente politico, quello di Toni e Molinari, in cui si valorizza l’aspetto dirompente e “non conciliato” del ’68, in alternativa alla maggior parte delle riletture odierne, secondo cui quella fase rovente non fu altro che un episodio della modernizzazione naturale di una società che si svecchiava, l’occasione per la nascita di nuove élite e nuove visioni più in linea con le esigenze della contemporaneità capitalista: libertà, individualismo, mobilità e dissoluzione delle identità rigide; insomma, il ’68 come genealogia nobile delle moderne classi dirigenti occidentali e globaliste, che hanno guidato il mondo post-89, precipitandolo nel caos e nella crisi attuale.

Servono libri come questo, invece, per ricordare che quel decennio non fu solo il palcoscenico di politicanti in erba, creativi e tecno-guru.
Quegli anni segnarono soprattutto la discesa in campo di milioni di uomini e donne che attraverso il conflitto – a cominciare dalle loro stesse esistenze – provarono a rovesciare gerarchie ed equilibri di potere. Anche nel mondo dello sport.

(*) Tratto da “Napoli Monitor“.

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